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STORIA DELLA CHIESA
di Giovanni Falorni, 13-05-2022
Il pellegrinaggio medioevale
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Prima dell’avvento dell’era cristiana esisteva nell’antichità una primitiva forma di prassi peregrinante, in cui, attraverso la visita di un santuario, si credeva si potesse incontrare quelle entità soprannaturali che potessero influire, aiutare, o consigliare, coloro che lo richiedevano. Difatti, «il pellegrinaggio è stato considerato un fenomeno universale, rinvenibile in tutte le religioni e in tutte le epoche della storia dell’uomo»1. Tuttavia, non è possibile esprimere tale realtà con il termine stesso di pellegrinaggio, dato che «né Roma né la Grecia elaborarono mai un termine specifico per esprimere questa pratica religiosa. Peregrinus, in latino, rimanda ad una realtà giuridica, non religiosa»2. Nell’era cristiana il viaggio religioso verso una meta, dalla cui visita si sperava di ricevere una grazia, venne invece identificato con la parola peregrinatio. Il concetto di pellegrinaggio, senza prescindere dalle sue «origini ebraiche e greco-romane»3, acquista quindi una nuova speciale connotazione. La prassi peregrinante in seno al cristianesimo nasce sin dai primi secoli di vita della comunità cristiana, come attestato da vari padri della Chiesa, e si sviluppa nel corso del tempo come una prassi legata alla devozione dei fedeli, alla loro spiritualità che, in qualche modo, «spinse ben presto quei credenti a recarsi sui luoghi sacri della loro fede per attingervi, dal contatto diretto con le memorie e i ricordi del loro Fondatore, quella forza spirituale»4, quei benefici per l’anima che tanto desideravano. Sin dai primi secoli quindi si sviluppa una prassi peregrinante devozionale diretta verso la Terrasanta, verso i luoghi legati alla storia della salvezza narrata nelle Scritture, al centro dei quali si trovava la città di Gerusalemme e la visita delle «“due pietre sacre”: quella del Calvario, su cui fu innalzata la croce, e quella del Sepolcro, rimasto vuoto dopo la risurrezione» 5. Per quanto riguarda tale pellegrinaggio devozionale in epoca tardo antica verso la Terrasanta possiamo imbatterci in molte testimonianze come ad esempio il diario di viaggio di Egeria, l’esperienza di Girolamo e delle matrone romane che lo raggiunsero in Palestina, o il pellegrinaggio dell’anonimo di Bordeaux. Parallelamente a questa prassi si andò anche rafforzando nel tempo la pratica di viaggiare e di visitare i luoghi dove erano contenuti i resti dei primi apostoli e dei primi martiri che, dopo Cristo stesso, vennero riconosciuti come suoi alter ego sulla terra, dato che, per amore a Dio e su insegnamento del divino Maestro, erano stati capaci di dare la propria vita. Sulle tombe degli apostoli e dei martiri, quindi, si andò sviluppando una devozione che lentamente le portò a diventare mete di pellegrinaggio e di devozione. Un esempio evidente è la città di Roma, o Santiago di Compostela. Una seconda modalità di pellegrinaggio nel medioevo è quella che si forma in ambito anglosassone, grazie all’influsso dei monaci irlandesi, che inserirono tale pratica nella prassi penitenziale da loro praticata. La penitenza da loro introdotta in Europa, conosciuta come penitenza tariffata, infatti, poteva prevedere, come tariffa in conseguenza di un peccato serio, l’andare in pellegrinaggio verso un particolare santuario. Il pellegrinaggio venne quindi concepito come uno strumento adeguato a emendare i peccati. In questa visione, il pellegrino, a seguito di una personale conversione, era disposto ad abbandonare la propria vita passata per partire alla ricerca del beneficio spirituale per eccellenza, il perdono dei peccati, dato che «viste le sofferenze e le difficoltà del viaggio, il pellegrinaggio è un’ascesi: permette di purificare l’anima per il fatto stesso di partire»6. Anche in quest’ottica rimaneva comunque un atto di amore a Dio e alla Chiesa, con cui si desiderava d’essere riconciliati. Grazie all’accezione penitenziale introdotta dai monaci irlandesi il pellegrinaggio diviene metafora della vita umana, concepita adesso come viaggio, con le sue difficoltà e le sue tentazioni. Il pellegrino stesso sapeva bene che egli, nel viaggio che stava compiendo, stava significando qualcosa di più profondo, in quanto già come cristiano era straniero al mondo perché era chiamato al cielo, sua vera patria, alla quale egli dunque, durante tutta la sua vita, doveva instancabilmente tendere. La sua estraneità a questo mondo era pertanto cammino, viaggio verso l'altro mondo. Ecco allora che sul versante latino della cristianità il verbo peregrinari e il sostantivo deverbale peregrinatio, indicativi, già nella latinità precristiana anche del viaggio in contrade straniere, vennero a indicare, in età cristiana, la vita de cristiano come viaggio verso il paradiso7. Questa concezione, che vede il pellegrino come straniero è peraltro confermata dalla radice della parola stessa che deriva dal verbo latino paragere che è quanto mai ricco di significati: da quello di “muoversi con inquietudine, senza tregua” a quello di “condurre al termine” (e quindi “perfezionare”, ma anche “morire”)8.
Egli non è solamente lo straniero in senso stretto, ovvero colui che si muove per terre non sue, ma anche colui che interiormente è alla ricerca della sua vera patria, il Cielo. Ecco che in questa accezione pellegrino e cristiano, e quindi Cristo, si presentano come termini equivalenti, in quanto sono chiamati, con la loro vita e con il loro amore, a passare al Padre. Il pellegrino quindi era caratterizzato per essere nuovo martire di Cristo, nuovo alter Christus. Rappresentando in sé, nel suo aver abbandonato tutto ed essersi messo in cammino verso la meta rischiando la vita durante il percorso, la figura stessa del cristiano in cammino verso il Paradiso, il pellegrino non poteva essere certo ignorato all’interno di una cultura marcatamente e spiritualmente cristiana, nella quale si lottava, per così dire, per guadagnarsi l’entrata nel Regno dei Cieli. In tale ambiente sociale sorgeranno poi i luoghi atti all’accoglienza e al soccorso dei viandanti per Cristo. Luoghi questi che non si risparmiarono nell’amorevole loro accoglienza, come testimoniato dal fatto che al tempo esisteva pure il rito della lavanda dei piedi del pellegrino da parte dell’accogliente. Grazie a queste dinamiche spirituali, grazie a questi grandi movimenti di pellegrini in viaggio, si è di fatto costruita l’Europa e le sue strutture, le quali alcune persistono fino ad oggi, come gli ospedali, gli ostelli e i santuari sorti lungo le vie di peregrinazione.

1 C. SANTI, «Aspetti degli itinerari religiosi nel mondo classico», in CENTRO DI STUDI GIUSEPPE ERMINI, I Pellegrinaggi nell’età tardoantica e medievale, 33.
2 Ibidem.
3 G. LICCARDO, «Pellegrinaggio», in L.M. DE PALMA - M.C. GIANNINI, ed., Dizionario storico tematico. La Chiesa in Italia, I, 409.
4 P. BREZZI, Storia degli Anni Santi. da Bonifacio VIII ai nostri giorni, 5.
5 G. LICCARDO, «Pellegrinaggio», in L.M. DE PALMA - M.C. GIANNINI, ed., Dizionario storico tematico. La Chiesa in Italia, I, 409.
6 P.-A. SIGAL, «pellegrino, pellegrinaggio», in C. LEONARDI, ed., Dizionario Enciclopedico del Medioevo, III, 1434.
7 B. LUISELLI, «Dalla peregrinatio mistica alla peregrinatio evangelizzativa nel monachesimo tardoantico e protomedievale», in CENTRO DI STUDI GIUSEPPE ERMINI, I Pellegrinaggi nell’età tardoantica e medievale, 17-18.
8 F. CARDINI, «Dal pellegrinaggio all’Anno Santo», in CENTRO DI STUDI GIUSEPPE ERMINI, I Pellegrinaggi nell’età tardoantica e medievale, 371-372.