In Visita Pastorale

GUARDA IL VIDEO

 


 

Visita pastorale alla Parrocchia di S. Bartolomeo in Tuto Omelia alla S. Messa
Scandicci – 27 ottobre 2019

Cardinale Giuseppe Betori:

 

Accade che qualche volta la liturgia si prende un po’ di libertà, anche nei confronti della Sacra Scrittura. Anche oggi, nella pagina del vangelo, Gesù stesso ci dice qual è la sua intenzione nel narrare questa parabola: «Per alcuni che avevano l’intima presunzione di essere giusti e disprezzavano gli altri». Quindi l’argomento della pagina del vangelo è: chi presume di esser buono e disprezza gli altri. E questo Gesù ce lo dimostra attraverso l’esempio che fa nel modo di pregare: il modo di pregare del fariseo e il modo di pregare del pubblicano. E la liturgia collega questa pagina del vangelo con il libro del Siracide nel passo in cui parla della preghiera, della preghiera dei poveri e degli umili che Dio accetta. Ma gliela lasciamo questa libertà alla liturgia.
Il fatto è che per Gesù è importante sì come si prega, ma più ancora è importante l’animo con cui uno si pone di fronte a Dio. E questo credo che ci debba profondamente interessare e interrogare, anche per noi stessi. Perché un po’ di fariseismo si inocula anche dentro alle nostre vene di cattolici, come ci rimprovera il Papa; lo vedremo dopo. Non vo-gliamo però essere troppo ingiusti nei confronti dei farisei, perché essi in realtà erano per-sone buone, erano persone che volevano così adempiere la legge del Signore che non solo si sovraccaricavano di tutti i precetti che erano dati al popolo di Dio, ma applicavano a sé anche i precetti riservati ai sacerdoti. In questo modo applicavano la legge alla massima potenza. Ma il problema è che dietro a questo modello di vita integerrima si insinuava la tentazione che fosse la legge a salvare e che fosse l’applicazione della legge a farci santi e non fosse invece Dio a salvarci e a renderci santi.
Ecco allora che questa figura del fariseo è diventata un po’ l’emblema di una reli-giosità legale, formale, esteriore, attaccata alle cose da fare ma, priva di un’anima autenti-camente legata a Dio attraverso la fede. Non che tutti i farisei fossero così, nell’intenzione del fariseismo senz’altro questo non c’era. Che poi alcuni farisei fossero così è vero. Quan-ti? Non stiamo qui a guardare le percentuali, ma c’è, soprattutto all’interno del Nuovo Te-stamento, questa tradizione. Per dire: “attento che la tua religiosità non sia soltanto un fatto esteriore”, Gesù prende ad esempio questa parabola del fariseo e dice: non come i farisei.
Questa cosa non è lontana da noi. Sentite quello che il Papa ci ha detto quando è ve-nuto a Firenze e ci ha parlato di due pericoli che ci sono oggi nella Chiesa, che rinverdi-scono due antiche eresie: lo gnosticismo da una parte e il pelagianesimo dall’altra. Lo gno-sticismo è una dottrina che crede che la salvezza si raggiunga attraverso la conoscenza, mentre per il pelagianesimo essa viene dalle opere che ci giustificano. Ha detto il Papa: «Spesso il pelagianesimo ci porta ad assumere forme di controllo, di durezza, di normativi-tà. La norma dà al pelagiano – un pochettino pelagiani lo siamo anche tutti noi; stiamo attenti a non considerare solo gli altri pelagiani – la sicurezza di sentirsi superiore, di avere un orientamento preciso; egli trova in questo la sua forza, e non nella leggerezza del soffio dello Spirito».
Questa contrapposizione ci aiuta a capire bene come il Papa ci metta in guardia dal pensare che attraverso l’adempimento della norma ci mettiamo a posto. «La dottrina cri-stiana – continua il Papa – non è un sistema chiuso, incapace di generare domande, dubbi, interrogativi, ma è viva, sa inquietare, sa animare. Ha volto non rigido, ha corpo che si muove e si sviluppa, ha carne tenera. La dottrina cristiana si chiama Gesù Cristo».
Sono molto belle queste parole del Papa; dobbiamo fare un bell’esame di coscienza davanti a queste parole.
Nella parabola del vangelo questo comportamento viene contrapposto a quello del pubblicano, il quale si presenta a noi come un uomo peccatore che si affida alla misericor-dia di Dio, quella misericordia che, per essere accolta, deve essere anche condivisa – ce lo ha ricordato anche la prima lettura – ; perciò noi dobbiamo pensare che non basta offrirci come poveri nella nostra preghiera al Signore, ma dobbiamo anche soccorrere gli altri po-veri. Dio non trascura la supplica dell’orfano, né quella della vedova quando si sfoga nel lamento, ma chi soccorre la vedova è accolto con benevolenza da Dio. La misericordia di Dio ha un corrispettivo nella misericordia che deve uscire dal nostro cuore, in un atteggia-mento di comprensione e di bontà verso gli altri. Per far questo, sia verso Dio, nel mettersi in preghiera davanti a lui chiedendogli qualcosa, sia verso gli altri, usando loro misericor-dia, abbiamo bisogno – dice la lettura del Siracide – di povertà, ossia di umiltà, secondo quanto dice Gesù: «Chi si umilia sarà esaltato».
Ecco allora che l’umiltà è la condizione fondamentale dell’esistenza cristiana, che si manifesta anche nella preghiera, come Gesù esplicita in questa bella parabola su umiltà e povertà, sulla preghiera come espressione di una fede umile. Se noi andiamo alla ricerca di qualcosa che noi non possiamo darci da soli ma che chiediamo da Dio, in quel momento o ci mettiamo in atteggiamento di umiltà o non possiamo esibirci di fronte a Dio pretenden-do che lui faccia una cosa per noi, perché noi ce la meritiamo. Dio va accostato con spirito di umiltà. E l’umiltà è alla base della fede.
Qui arriva il problema che io sento particolarmente forte oggi. Ciò che oggi è in cri-si è proprio la fede. Certo è in crisi anche la morale, per tanti comportamenti che non van-no bene. Ma il vero problema io credo che oggi sia quello della fede, perché il mondo nel quale noi viviamo è un mondo che sta tentando di cancellare Dio dal nostro orizzonte.
Provo a dirvelo in tre battute. La prima battuta è questa: io sento un mondo che vuo-le cancellare Dio, anzitutto con il farci intendere che Dio è inutile, perché noi bastiamo a noi stessi. Ci dicono: nei secoli passati poteva esserci spazio per la religione, ma oggi l’uomo è cresciuto, è un uomo adulto, autonomo, un uomo che è capace di rispondere da sé ai suoi problemi e non deve più ricorrere a nessuno. Ve la ricordate la vecchia pubblicità che aveva lo slogan: “L’uomo che non deve chiedere mai”? Quello è l’uomo di oggi, o meglio: quello che vorrebbero che fosse l’uomo di oggi, uno che non deve chiedere niente a nessuno perché basta a se stesso, non deve chiedere né a Dio né agli altri. È l’individualismo che impera in questa società: l’uomo è realizzato quando non ha bisogno degli altri, tanto meno ha bisogno di Dio. Abbiamo la scienza, abbiamo la tecnica, abbia-mo tutti gli strumenti per gestircela da soli questa vita.
Mi permettete una critica? Non mi sembra che da soli abbiamo risolto tutti i pro-blemi; ce ne sono ancora abbastanza di problemi nel mondo, a dimostrarci che l’uomo da solo non è capace di bastare a se stesso. Ma se anche dovessimo pensare che, non oggi ma nel futuro, i problemi ce li risolviamo con la nostra conoscenza, con la nostra scienza e la nostra tecnica, c’è comunque un problemino – un problemone – che l’uomo da solo non riesce a risolvere. Ed è il problema fondamentale: ma che ci sto a fare a questo mondo, qual è il senso di questa vita, il perché della mia esistenza? Da soli noi uomini non sap-piamo rispondere a questa domanda, perché è una domanda che porta in sé una fortissima contraddizione per la quale l’esistenza non ha senso.
In questa esistenza l’unica cosa certa è la morte. È una parola brutta, che non si usa più. Ma io oggi oso dirla, per ricordarvi che noi abbiamo una sola certezza in questa vita, mentre tutto il resto è relativo; l’unica cosa certa è la morte. Ma allora la vita è per la mor-te? Che contraddizione! Il senso della mia esistenza è vivere per morire? Guardate che umanamente non se ne esce, perché umanamente la morte è la fine di tutto. Da un punto di vista solamente umano, l’esistenza dell’uomo è condannata alla disperazione, perché io voglio vivere, mentre invece devo morire. La contraddizione sta dentro proprio al concetto di vita in questo mondo. A meno che quello che a noi pare la fine di tutto non sia altro che la soglia dietro la quale stanno due braccia che mi accolgono, le braccia di un Padre che mi dice: vieni a vivere con me per sempre. O ammettiamo Dio oltre la soglia della morte (e anche all’origine della vita), oppure la nostra esistenza non ha un significato sufficiente per non disperarci.
Ma qualcuno dice: Dio non è soltanto inutile, ma è anche un grande impiccio, che ci ostacola nella nostra libertà, perché io mi realizzo quando faccio quello che mi piace. Devo quindi essere io a stabilire ciò che è bene e ciò che è male, non può esserci qualcuno che mi dice quello che è bene e quello che è male, perché questo limita la mia libertà umana. Allora io cancello Dio e divento finalmente libero, perché seguo il mio piacere, seguo quelle che sono le mie scelte di bene e di male. Ci stiamo provando giorno dopo giorno, addirittura facendo diventare diritto e legge quello che è il desiderio degli individui, in questa nostra società in cui ormai non si codificano i beni che possiamo condividere, ma il bene di ciascuno come diritto individuale.
Notate che non si parla più di diritti umani, come se ne parlava trenta, quaranta o cinquanta anni fa. Oggi si parla di diritti dell’individuo; ognuno ha il suo sistema di valori, per i quali deve essere riconosciuto dalla società. Ma questo sappiamo cosa sta creando, perché i miei diritti, o meglio i miei desideri, non sono i tuoi, ognuno di noi ha una sua scala di valori, per cui la realtà della convivenza umana salta. Oggi viviamo una frammen-tazione sociale che non ricerca più il bene comune, perché non c’è più un bene che illumi-na il mio bene. Una volta cancellato il Sommo Bene, Dio, non si sa più quali sono i beni che possono essere di tutti, e non soltanto di ciascuno.
Certo mi potete dire: tu hai cercato di convincerci che Dio non è inutile e non è un ostacolo alla mia libertà, ma resta il fatto che Dio è incompatibile con qualcosa di molto oggettivo che invece è nel mondo, che è la sofferenza, il male, soprattutto il male innocen-te, il male dei bambini, il male di coloro che non hanno colpe. Di fronte a questo, che spie-gazioni ci dai del grande mistero che è il mistero del male?
Su questo potremmo fare dei ragionamenti, ma non voglio ragionare, perché la ri-sposta che Dio ci ha dato al mistero del male non è stata un ragionamento, ma è stata una presenza, quella del Figlio suo, che il male l’ha preso tutto sulle sue spalle e l’ha portato sopra una croce. Dio non ci spiega il male, ci fa compagnia nella nostra sofferenza, non ci lascia soli, ci sta vicino, perché condivide quella sofferenza, l’ha condivisa sulla croce del suo Figlio. La risposta di Dio è una risposta di presenza.
I bambini spesso mi chiedono che cosa fa il vescovo. Io rispondo, ma alla fine devo dire che il vescovo non ha altro compito che annunciare quello che vi ho detto adesso: che Dio c’è, ne abbiamo bisogno, perché senza di lui la nostra vita è senza senso, perché senza di lui essa non è orientata verso il bene, perché senza di lui sarei solo nella mia sofferenza e non saprei dove sbattere la testa, se non avessi accanto a me Cristo, che mi dice: io ho portato sulle mie spalle anche la tua sofferenza, non ti sto a guardare mentre soffri, io sof-fro come te, soffro con te. Il vescovo ha questa missione, quella di annunciare e rinsaldare la fede nel cuore della gente, annunciare a chi non crede e ribadire a voi, che state qui e che credete, che Dio è l’essenziale della nostra vita; il Dio di Gesù, che si è rivelato su quella croce, è la cosa essenziale che noi abbiamo nella vita, mentre il resto è tutto relativo, come l’insieme dei modi con cui ciascuno di noi risponde a Dio con molta fatica, anche con molti peccati, perché il pubblicano era un grande peccatore, ma aveva bisogno di Dio. Ne aveva bisogno lui, come ne abbiamo bisogno noi.
Quello che sono venuto a fare con la visita pastorale alla fine è questo: ricordarvi il bisogno di Dio, ricordarvi che senza la fede siamo perduti, e che quindi dobbiamo crescere nella fede e dobbiamo testimoniare la fede. Dobbiamo testimoniarla perché, come comuni-tà cristiana, noi siamo il segno di Dio su questo territorio, tra questa gente; in noi la gente deve poter leggere la luce di Dio, gli occhi di Dio, il volto di Dio. Attraverso il modo in cui noi testimoniamo l’amore, la gente deve scoprire che Dio è amore e misericordia.
Abbiamo quindi una grande responsabilità, sia nel modo in cui viviamo la comunità parrocchiale, sia nel modo in cui viviamo ciascuno la nostra testimonianza nel mondo. Ab-biamo una grande responsabilità perché siamo gli strumenti che Dio ha per mostrarsi, per risplendere nella vita della gente che incontriamo nel nostro cammino giorno dopo giorno. Chiediamo al Signore in questa liturgia di darci questa consapevolezza della nostra respon-sabilità di essere annunciatori di un Dio senza il quale l’uomo è perduto.

Contattaci

Not readable? Change text. captcha txt