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Inaugurazione salone

25 maggio 2004

SALUTO AGLI INTERVENUTI

Don Marco Calamandrei
Vi ringrazio per essere intervenuti. Il primo aspetto di questo nostro incontro è proprio l'esprimere gratitudine. Lo abbiamo fatto prima di tutto con la preghiera al Signore, perché è grazie a lui che abbiamo potuto realizzare questo salone. Egli che ci sostiene nella nostra vita, ci spinge interiormente e anche ci fa crescere nella comunione, al servizio di tutta la realtà della nostra città di Scandicci. Vorrei esprimere gratitudine, dopo aver fatto presente in mezzo a noi il Signore, a don Giulio Facibeni, a cui abbiamo affidato la realizzazione di questo nostro salone, primo frà tre "santi" che abbiamo scelto come cittadini onorari di questa nostra "Città della Fede". Questi ambienti della Parrocchia li stiamo realizzando come un segno della realtà celeste che il Signore viene ad operare nella nostra vita, trasformandola e rendendoci capaci di vivere una vita di amore e di gratuità. E a lui, a don Giulio Facibeni, che di questo è stato maestro, perché lo ha vissuto interamente nella propria vita di parroco e di annunciatore e testimone del vangelo, a lui vogliamo esprimere gratitudine, perché ci ha sostenuti e ci ha aiutati a portare avanti questa realizzazione.
La nostra gratitudine poi va alle autorità, che sono presenti (e anche a quelle che non sono presenti), sia religiose che civili e militari. A loro va la nostra gratitudine perché abbiamo consapevolezza che è grazie a loro, alle autorizzazioni, al sostegno e all'accompagnamento che essi hanno espresso ed esprimono, che noi abbiamo potuto realizzare questa opera.
Non posso fare a meno poi di esprimere gratitudine per tutti coloro — e sono tantissimi, voi sicuramente che siete qui presenti, ma anche tanti altri — che hanno contribuito economicamente alla realizzazione di questo ambiente. Spero piaccia a tutti, perché vuole esprimere, proprio attraverso la bellezza dell'architettura, un amore per le persone che vengono qui e che vi sono accolte. Nella gratitudine a tutti quelli che hanno contribuito, sento il dovere, e anche la gioia, di citare l'Ente Cassa di Risparmio di Firenze, che ci ha sostenuti con una cifra cospicua, per cui abbiamo potuto realizzare questi locali della parrocchia, questo salone assembleare, soprattutto per il loro contributo.

Devo ringraziare tutti coloro che hanno lavorato in questi locali, a cominciare dall'architetto Durante che ha progettato questi ambienti; l'ingegner Padellaro, il geometra Biondi, adesso l'ingegner Sottili, hanno fatto e stanno facendo la direzione dei lavori; Sergio Sani con i suoi tecnici e tutte le ditte, nessuna esclusa, che hanno profuso il loro impegno e la loro fatica nella realizzazione di questi ambienti. Soprattutto vorrei esprimere gratitudine verso tutti quelli che hanno lavorato. Il manovale, anche la persona che ha in qualche modo dato il proprio minimo contributo, trova dentro di noi gratitudine davanti al Signore e gratitudine a lui, per la dedizione che ha messo in quest'opera. Non si realizza un'opera come quella che il Signore e il vostro aiuto ci hanno concesso di realizzare, se non c'è una dedizione forte da parte di coloro che vi lavorano. Fra questi vorrei citare Bruno Baccani, uno per tutti, perché ha avuto in questo lavoro una passione, un'attenzione, un coinvolgimento personale molto forti.
Adesso avrei dovuto presentarvi Mons. Cordes. Purtroppo proprio il motivo per cui lo avevamo invitato, il fatto cioè che è un diretto collaboratore del Papa e avrebbe fatto presente in modo particolare questa dimensione della Chiesa universale in mezzo a noi, gli ha impedito di venire. Perché il Papa lo ha inviato in Iraq. Lui è il presidente del Pontificio Consiglio Cor Unum, che è l'organismo del Vaticano che sovrintende alle Caritas di tutto il mondo. Dopo che era tornato dalla Colombia, inaspettatamente e in modo urgente, il Papa lo ha inviato in Iraq proprio in questi giorni. Ha telefonato, esprimendo rammarico per questa cosa. Gli ho chiesto di mandarci due righe e ieri ci ha fatto giungere questo messaggio che io ora vi leggo volentieri:
Signore e signori, cari amici, caro don Marco,
avrei voluto essere a Scandicci oggi per un'occasione così particolare per la vostra parrocchia: l'inaugurazione del vostro salone assembleare. Purtroppo le vicende degli ultimi mesi che tutti conoscete hanno cambiato anche i miei piani. Il Papa mi ha invitato ad andare in Iraq per un gesto di vicinanza a quei fratelli nella fede così provati e per verificare le possibilità di aiuto che la Chiesa ha per soccorrere le vittime della guerra. Così mi ritrovo in partenza per il Medio Oriente e non posso essere da voi come mi ero riproposto.
Questo giorno è speciale per tutti voi. Abbiamo bisogno di segni che aiutino per vivere la nostra fede. Avete la fortuna di avere una chiesa parrocchiale così bella, con degli affreschi ammirati da tante persone, che vengono anche da lontano per vederli. Oggi inaugurate un salone perché la vostra parrocchia manifesti ancora di più la sua natura di luogo aperto a tutti, accogliente, un luogo dove trovarsi a proprio agio. Perché proprio queste possibilità locali sono un aiuto per entrare nel mistero di Dio e nel mistero della Chiesa, luogo di comunione dove tutti gli uomini possono esperimentare la prossimità di Dio. Anche la struttura esterna, quindi, vuole collaborare a trasmettere un messaggio più profondo, che è proprio quello di favorire l'incontro dell'uomo con Dio. Senza la parola di fede, anche le più belle costruzioni non servono.
Questo è tanto più vero oggi. Nei nostri quartieri spesso mancano le spinte per rimandarci a Dio: un crocifisso, un'immagine della Madonna, una cappella. Il mondo secolarizzato sembra che non parli più di Dio, perché ha cancellato ogni richiamo a lui. Anzi, il mondo secolarizzato vuole emarginare Dio, perché vuole che gli uomini si dimentichino di lui.
Ricordo molto bene il conflitto che si svolse a Nova Uta, a Cracovia, negli anni '70. Il regime non voleva che in quel nuovo quartiere ci fosse una chiesa e gli abitanti hanno lottato fino all'ultimo per averla, perché quel luogo parlava loro di Dio, ricordava loro che erano cristiani perché in quel luogo si ritrovavano come Chiesa, come comunità di credenti.
La fede, per vivere, ha bisogno di segni. In un mondo secolarizzato, dobbiamo curare questi segni, che ci parlano di tutto questo. Perciò questo nuovo edificio è più di un semplice salone, perché è il salone della vostra parrocchia, della vostra chiesa. È il salone dove potete sperimentare la comunione che viene dalla fede, una comunione che si fa attenta anche alle vicende dei più poveri.
Sono contento, come presidente di Cor Unum, che il salone sia intitolato a un sacerdote che ha fatto della carità per i più deboli la legge della sua vita, don Giulio Facibeni. Così tutte le strutture della vostra parrocchia diventano veramente un ponte tra Dio e l'uomo, tra la fede e la carità, tra la città celeste e quella terrena.
Anche da lontano, esprimo perciò a voi il mio sentito augurio perché questo giorno diventi occasione per rafforzare il vostro senso di appartenenza alla Chiesa per il servizio di ogni uomo.
Mi permetto anche un saluto speciale a tutte le autorità presenti e a coloro che, nei modi più diversi, hanno contribuito alla costruzione del salone che oggi inaugurate.
A don Marco, il vostro parroco, l'augurio che la sua missione pastorale sia sempre più feconda. Che Dio vi benedica
+ Paul Josef Cordes

Certo, la presenza di Mons. Cordes avrebbe potuto aiutarci in questo nostro incontro. Ma ogni giorno si presenta con delle sorprese e novità, che sempre ci ammaestrano e credo ci svelino come la nostra vita sta nelle mani della Provvidenza divina. Questo ce lo ha insegnato in modo tutto particolare don Facibeni.
A don Corso ora il compito di aiutarci in questo nostro incontro. Tutti conoscete don Corso Guicciardini, che ha ereditato la missione di portare avanti l'Opera del Padre, di don Giulio Facibeni, che è anche stato, prima ancora di don Piero Paciscopi – che ringrazio di essere qui –, quello che ha ricevuto dall'Arcivescovo la Parrocchia perché iniziasse il suo lavoro pastorale qui a Scandicci.

"DON GIULIO FACIBENI — LE RADICI SPIRITUALI DELLA PARROCCHIA"

Don Corso Guicciardini
Vi saluto tutti. Con molti di voi ci si conosce personalmente.
Con che animo ho accolto l'invito a fare questo intervento? Con una commozione pro-fonda, certamente. Perché c'è un collegamento tra questo che si vede oggi e l'interiorità di don Facibeni, tra il suo animo, tra quello che lui ha vissuto, ha sofferto e desiderato e quello che si è realizzato qui. C'è sicuramente un collegamento, come verrà fuori anche dalle cose che dirò. Ma c' è anche l'imbarazzo, perché non posso fare una descrizione della personalità di don Facibeni, perché non ne sono in grado. Ho sempre sentito un grande disagio a dovermi confrontare con lui. Perché, di fronte a certe personalità, a certi uomini di Dio, si sente la nostra inadeguatezza. Però ho accettato volentieri, perché è un avvenimento importante per conto mio, perché ci mostra come le promesse di Dio si realizzano.
Ho conosciuto il Padre nel 1945 e parlare oggi di lui dopo 58 anni è già un grandissimo dono. Certamente ho visto tante cose che si sono realizzate anche dopo la sua morte. Ma poi c'è anche un altro particolare, che il Padre ci teneva che l'Opera fosse un servizio umile alla Chiesa, o meglio al Vangelo. Per cui l'Opera doveva ritirarsi ogni volta che poteva lascia-re il terreno a chi avrebbe potuto proseguire il lavoro iniziato. Perché il Padre diceva che bisogna andare nei terreni incolti e bisogna andare verso le creature più reiette e più traviate. E quindi il fatto che l'Opera non sia più presente è un segno che si è realizzato, anche su questo punto, lo spirito del Padre.
La prima parte la dedico al fondamento dell' azione di don Facibeni, perché la mia è una testimonianza e non una descrizione storica della sua figura. Perché questo è molto importante. Ora la personalità del Padre si manifesta, sia pure attraverso tutto il travaglio della sua vita, con dei punti di chiarezza molto forti, che sono di insegnamento per tutti, sia sul pia

no personale che sul piano, come si dice oggi, ecclesiale. Quali sono questi insegnamenti? Il fondamento è nel motto dell'Opera: Credidimus cantati, che tradotto significa: «Abbiamo creduto all'amore che Dio ha per noi».
Leggerò alcuni testi. Questo mi sembra fondamentale per capire don Facibeni:
II motto dell'Opera l'ha suggerito Giovanni, il discepolo che Gesù amava: Et nos credidimus cantati. Credendo all'Amore infinito di Dio per noi, come non sentire il nostro piccolo cuore trasformato da quella carità che tutto abbraccia e trasfigura, da quella carità che, senza distinzioni e preferenze, fa sue tutte le miserie e debolezze umane, per-ché in ogni sofferenza vede la continuazione della passione di Cristo. L'Opera vuole essere un'umile ma ardente palpito di questa carità.
È un testo importante, perché questa riunione non è una commemorazione o una rievocazione. È invece un avvenimento di annuncio del Signore, annunciamo il Signore insieme, annunciamo quello che il Padre annuncia qui: la trasformazione del nostro cuore.
E per precisare meglio in che cosa consiste questa trasformazione, leggo ora un brano di una lettera che lui scrive a me nel '47, in cui parla dei suoi figlioli. Nella vita del Padre appaiono queste due realtà che sono fuse tra di loro: una è la realtà dei suoi figlioli e l'altra è la realtà parrocchiale. Perché era parroco ed è rimasto parroco per 45 anni.
Vorrei amare questi figlioli con purezza adamantina, con generosità senza limiti, tutti senza distinzione. Se qualche predilezione, per i più reietti, i più infelici, i più refrattari...
Questo "più" va contrassegnato, perché fa parte della sua spiritualità. Se si perde questo "più", si perde, diciamo così, la specificità della sua spiritualità.
....Ma per ottenere questo è necessario che la più intima fibra del cuore sia permeata di grazia; o meglio, che il nostro povero cuore di carne sia sostituito dal cuore di Cristo. Santa Caterina sentì sensibilmente questa sostituzione e di qui la potenza del suo amore, la chiarezza dei suoi pensieri, la fermezza dei suoi ardimenti. L'umanità tra-sfigurata. Noi dobbiamo prepararla questa sostituzione giorno per giorno, minuto per minuto, fibra per fibra.
E’ un testo, mi sembra, preziosissimo, che ci indica il suo insegnamento, la sua spiritualità.
Ed ora vediamo come nasce questa realtà dell'Opera, com'è che si insedia questa realtà dell'Opera di Dio nel cuore del credente e nel cuore di don Facibeni. Ancora nel gennaio del '45:
Dobbiamo vuotarci di noi stessi, lasciare il posto a Lui, in modo da essere davvero quello che è l'ostia dopo la consacrazione. Gli uomini che giudicano dalle apparenze penseranno di parlare e trattare con noi. Invece sarà Gesù che parlerà a loro, agirà in loro. A noi renderci così trasparenti in modo da riflettere e irradiare la luce divina. È attraverso di noi che Gesù si chinerà al giaciglio del povero infermo, stringerà al suo cuore l'orfano abbandonato, asciugherà il sudore della fronte dell'operaio stanco e avvilito e lo eleverà in una atmosfera più respirabile, si avvicinerà al carcerato illuminando la solitaria cella di speranza immortale. E saremo felici allora quando, sfiniti dalla fatica, incompresi e forse derisi dagli uomini, cadremo lungo il cammino. Allora la nostra identificazione con Cristo sarà assoluta e Cristo, non più velato e nascosto dalla nostra povera umanità, a tante anime si rivelerà …
Quest' altro passo è simile e conferma il precedente:
La carità che Gesù vuole da noi è quella del Pastore buono, quella del samaritano, quella che allarga le braccia e il cuore ai piccoli bimbi in speranza del domani, agli infelici, membra languenti di Gesù. Amiamo le anime silenziosamente e generosamente. Lontano da noi tutte le velleità di riforme, tutte le critiche amare su certi ordinamenti, sulla dura realtà presente. Riformiamo decisamente noi stessi in modo da divenire le specie di Cristo. Allora Egli parlerà e agirà sotto le nostre povere apparenze e, sotto i nostri poveri sguardi umani, vedremo svolgersi le meraviglie del suo Amore.
Qui c'è il fondamento dell'Opera, che è don Facibeni che, in quanto si unisce a Cristo, scopre l'Amore di Dio, che passa attraverso il suo cuore, l'azione della Provvidenza, l'azione dell'Amore divino.
Perché appaia chiaramente l'opera di Dio, è necessario annullare ogni spessore e ogni opacità dell'uomo, morire ogni giorno a noi stessi perché la verità di Cristo prenda pieno e assoluto possesso dei nostri cuori e mai la polvere dei nostri difetti, l'ombra del nostro io, si elevi davanti agli occhi degli uomini, quasi a velare la grandezza radiosa dell'Opera.
Don Facibeni entra nella Parrocchia di Rifredi a 28 anni. Entra in una situazione di precarietà, perché non è parroco ma semplicemente coadiutore, perché la parrocchia è sotto sigillo per un fallimento che è avvenuto nella parrocchia. Ma inizia con una attività indefessa. Questo per dire che il Padre non trascura la parrocchialità, ma anzi la vive intensissimamente. Così don Nistri finisce questo capitolo sull' azione pastorale del Padre:
Nonostante la precarietà della sua situazione economica, c'è un clima di fervore e di attività missionaria intensissima. La parrocchialità è ricercata anche con rigorosa intransigenza, un marcato orientamento dell'attività parrocchiale verso la carità, la presenza pubblica della Chiesa riaffermata con il ripristino delle antiche tradizioni e con un'educazione continua alla testimonianza e alla professione aperta della fede, la pubblicizzazione di ogni problema e di ogni gestione parrocchiale, il modo di portare avanti le iniziative sostenendole e sovvenzionandole con il coinvolgimento della gente, il tono appassionato e, se si vuole, anche aggressivo della sua predicazione e dei suoi scritti, sempre rivelatori della sua coscienza di essere padre.
Siamo nel periodo dal '12 al '16. Nel '16 poi scoppia la guerra e don Facibeni prima si immedesima nella sorte dei richiamati, aprendo un Asilo, e poi lui stesso va al fronte. Per due volte è sulla prima linea del fronte. E lì veramente avviene quella che si potrebbe dire la trasformazione della sua vita.
Dice sempre il Nistri, al termine di questo capitolo, che è complesso:
Ogni tragedia ha in sé qualche cosa di misterioso e perciò di divino. C'è chi lo sente e non si ferma; c'è chi lo sente e ne esce trasformato. Don Giulio Facibeni lo sentì e ne uscì trasformato.
Trasformato perché è lì soprattutto che il Padre dette il suo significato alla guerra, che è la partecipazione alla sofferenza degli uomini, la grande pietà verso questi figlioli, questi giovinetti, che salivano questa montagna del Grappa e che avevano degli atti di eroismo che lo impressionavano. Lui dice: «Volevo morire con loro, ma non ne sono stato degno». C'è un' azione di Dio nel cuore del Padre, per cui, quando il Padre scende dal monte Grappa, scende già, diciamo, con questa consacrazione interna: diventare strumento della Provvidenza, offrendo tutto se stesso a Cristo.
Ti saluto e sto benissimo. Il proiettile che strisciò sulla tempia non ha lasciato alcuna traccia.
Ci fu un proiettile che gli trapassò l'elmetto. Più volte uscì dalle linee, come riferisce anche un dottore israelita, con cui lui era in strettissimi rapporti di amicizia, che, venendo in Italia, dette questa testimonianza sul suo conto, riportata dal Nistri:
Lo scrisse il tenente Fiano, un pediatra fiorentino di origine israelita, quando nel '45 venne a sapere quello che don Facibeni aveva fatto per gli ebrei durante la seconda guerra mondiale: «Non potevo sorprendermi, dopo averti visto sul monte Pertica, su quella quota 1451, mentre, in pieno combattimento, tu venivi a raccogliere i feriti. Ti ricordi che io ti dissi: «Facibeni, che fai? Ti esponi troppo». E tu mi rispondesti: «È mio dovere, Fiano, stai tranquillo».
C'è quindi questa azione di Dio nel suo cuore, che compie questa trasformazione che lui aveva intravisto fin dall'inizio, che partiva dalla sua fede. E finisce:
Siccome per te non ho segreti, ti dirò che, subito dopo l'azione, sono stato proposto per la medaglia d'argento. Questo te lo dico proprio in tutta confidenza, non avendolo scritto neppure a mio fratello e non desiderando che si sappia. Penso che, se danno la medaglia a me, cosa dovrebbero dare allora al più umile dei miei fanti. Ad ogni modo, se sarà concessa, ne avrò piacere, non per la mia persona, ma perché sarà un piccolo contributo a sfatare le continue calunnie contro il clero, perché la somma annua che vi è annessa mi servirà per l'Asilo.
Tornando dalla guerra, dal '19 al '23, il Padre riprende la sua azione, che si orienta già sotto questi due aspetti, che sembrano contraddittori, ma costituiscono una profonda unità nella sua vita interiore e di pastore: stringere al cuore di padre i bambini e gli adulti che più sono nel bisogno e estendere questa paternità ad ogni parrocchiano.
Un'esistenza posta fin dall'inizio in questa crocifissione. Ma è proprio ciò per cui si sente sacerdote di Cristo. Egli mira ad avere il cuore stesso di Cristo verso tutti.
L'Opera si presenta con un'apparente dualità: nella parrocchia, perché c'è la parrocchia e ci sono le nascenti opere. E insieme una profonda unità dentro l'animo di don Facibeni,
perché sente che lui obbedisce a Cristo. In questo periodo prosegue il Nido per i figli dei richiamati e nasce questa Unione "Salviamo i fanciulli", che ha carattere e fisionomia parrocchiale: vuole riunire tutto ciò che può promuovere la salvezza dei fanciulli che nella parrocchia sono in pericolo. Nel 1921 ecco il bilancio di questa associazione: 75 orfani di guerra, 60 orfani non di guerra, 5 orfanelle di cui l'Unione si è addossata la retta e che sono state sistemate presso l'Istituto Demidoff a S. Niccolò, una scuola serale per disegnatori, il doposcuola femminile, la scuola di lavoro per giovinette, la nuova sede del patronato in stato di avanzata costruzione.
Vediamo questa attività della parrocchia che è vera azione parrocchiale, ma anche azione specifica nei confronti dei più abbandonati, dei più soli, di quelli più in difficoltà.
L'Unione, umilmente ma tenacemente, si sforza di corrispondere al suo motto, che è un grido amoroso, un monito, un programma, che un cuore gentile, al di sopra di tutti i dissensi e di tutte le divisioni, dovrebbe fare proprio, tant'è la luce di bellezza cristiana e civile, di bontà alta e pura, che da esso emana.
C'è in questa azione del Padre questa volontà di superamento delle divisioni di parte, che in quel tempo erano fortissime, anche nel quartiere di Rifredi. Non si può qui narrare questa storia, ma le divisioni politiche erano gravissime: nella piazza (poi chiamata piazza Dalmazia) che allora si chiamava piazza Ugo Sorbi, ci fu anche un morto. La storia racconta che il Padre stesso, col carretto della Misericordia (perché allora non c'era 1' autoambulanza), andò a prendere questo morto, tirando il carretto come gli altri.
Nel 1923 nasce l'Opera. Qui avviene, secondo gli storici, la vera conversione di don Facibeni. Egli capisce che deve uscire dalle incertezze, perché si trova di fronte alle divisioni, anche politiche, ma soprattutto degli animi. Allora sceglie, come scrive in questo bollettino parrocchiale del 4 febbraio 1923, dove fa tutta una lunga descrizione del suo animo con queste parole:
Fare la verità nella carità, vivere intensamente e profondamente l'insegnamento di-vino, diffonderlo e commentarlo con l'esempio e il sacrificio. Ecco l'aspirazione costante e il mio unico programma. Ma quanti sforzi intimi e dolorosi, quante difficoltà e contrasti per realizzarlo! (...) Mi confortano le parole dell'Apostolo: «Fratelli, quando venni a voi, venni non con eccellenza di parole..., non mi ero proposto sapere altro fra voi se non
Gesù Cristo e questo crocifisso». E le altre, anch'esse significative: «Essendo io libero da tutti, mi sono fatto servo di tutti; mi sono fatto tutto a tutti per fare tutti salvi. Tutto io fo per il Vangelo, al fine di avere parte ad esso».
Ecco il programma del Padre, che è un'incarnazione molto concreta di Cristo, dello spirito di Cristo.
A tutte queste opere della "Salviamo il fanciullo" manca ancora qualcosa: dare un'assistenza continuata agli orfani di guerra. Vengono costruite alcune stanze in aggiunta al Nido, in via delle Panche, all'angolo di Vicolo de' Pinozzi. E, troncando ogni indugio, don Facibeni, il 21 ottobre 1923, dette inizio all'Opera "Madonnina del Grappa", ponendo la prima pietra alla presenza del card. Mistrangelo. C'è questa descrizione, in cui il Padre dice di essere sprofondato, come lo sterratore sprofonda sotto terra, per dare il fondamento a questa Opera. Mi ricordo anch'io di essere passato davanti alle prime stanze dell'Opera. Allora ero ancora in pantaloni, poi ci siamo messi la tonaca, poi ce la siamo rilevata... Si era nel '45: si era andati a visitare la casa di via di Caciolle. Tornando, lui, che aveva il passo strascicato, si fermò e mi disse: «Vedi questi locali? Se sapessi che l'Opera non vivesse più di Provvidenza, preferirei che crollasse tutto».
Dice qui don Nistri:
La logica della fede è estremamente rigorosa; una logica, si direbbe, profetica. In un momento, come quello nel quale la piccola Opera nasceva, quando il fascismo offriva alla Chiesa protezione e sicurezze, il Pievano invitava a puntare non su queste garanzie umane, ma solo su Dio. Perché il Signore ha voluto l'Opera in questo Rione operaio, l'ha voluta aliena da umane protezioni, sostenuta dalla preghiera e dal lavoro degli umili, certamente perché fosse apologia vivente della divina Provvidenza.
L'Opera poi, dal '23 al '45, riceve un grosso sviluppo. Si aprono molte case: nel '26 una seconda ala dell'orfanotrofio, nel '31 la Colonia agricola di Calenzano, nel '32 una Casa a S. Miniato, offerta dalla Cassa di Risparmio, che era una casa destinata agli orfani dei dipendenti della Cassa. Nel '34 le prime stanze a Castiglioncello per il mare, nel '35 a Pontassieve la prima Giornata della carità, nel '36 una Casa a Galeata per lé femmine, nel '37 una Casa a Montecatini, ancora nel '37 a Montughi la Canonica di S. Martino. Nel '38 il Padre fonda la
Lega di Preghiera per i Carcerati, dove riappare questa dimensione per i più moralmente abbandonati. Nel '39 la Villa di Quisisana a Montecatini Alto; nel '40 un ampio edificio luminoso a Rifredi; nel '45 Villa Lorenzi, vicina a Via Alderotti, non in proprietà ma in uso. Ancora, Villa Formigli, che è acquistata nel cuore di Rifredi. Nel '46 la Casa Serena a Rovezzano, la cosiddetta Villa Favard, una nuova Casa a Fucecchio nel '47, una Casa a S. Niccolò nel '48. Poi la Villa Immacolata a Montughi nel '50, Villa Fonseca a Le Sieci nel '51 e S. Martino alla Palma nel '52. In affitto, per i giovani operai apprendisti, nel '52, Villa delle Ortensie a Marignolle. Tanto per citare qualcosa, solo per fedeltà storica, per capire questa progressione.
Qual è il problema che ha il Padre? È un problema importante dal punto di vista spiri
tuale, perché ha una riflessione anche nella nostra vita cristiana. Anche noi cristiani, se vogliamo essere tali, non possiamo non essere divisi da più esigenze: l'esigenza della fedeltà a
Cristo ci porta a vivere questa divisione dentro, a viverla come una Croce salutare per la nostra vita. Il Padre aveva la coscienza che portava dentro di sé una Croce che gli proveniva non certamente dal suo bisogno di gratificazione affettiva. Era una uomo consapevole delle sue re
sponsabilità, consapevole di se stesso, che si faceva l'autocritica; non era un uomo che conce-deva al sentimento. Dice nel '31:
Come può un parroco, gravato da tanti doveri, attendere all'educazione di 120 figlioli? (...) Le prime pietre di ogni istituzione voluta dalla carità devono essere cementate col sangue del cuore.
Questo "sangue del cuore" riappare molte volte nella vita del Padre. Ogni volta che
deve trasmettere la sua paternità, non può fare a meno di parlare di questo "sangue del cuore". E credo che tutti noi ci troviamo vicini a questa impostazione. Lo sentiamo vicino il Padre,
perché ci ha presentato una vita cristiana molto concreta, realistica, che non nasconde le diffi
coltà della vita, ma nello stesso tempo si apre alla fiducia nella Provvidenza. La Provvidenza per il Padre non era soltanto l'aiuto materiale, era nel cuore dei suoi figlioli, che ritrovavano
la serenità, che uscivano dalla tristezza, dal non senso della vita, dalla distruzione di se stessi.
Anche nel ventesimo dell'Opera, nel '42, nel resoconto sul giornalino parrocchiale di quello che lui disse a voce, si legge:
L'Opera non intralcia forse il lavoro della vasta parrocchia? Il dubbio penoso mi ha spesso turbato. Vasta è la parrocchia, centro operaio ai margini della città, antiche tradizioni sommerse dalle sempre nuove ondate di popolazione riversatesi dalla varie regioni, l'antico nucleo rurale quasi completamente disperso, difficilissime le condizioni della vita parrocchiale, indifferenza religiosa sempre più vasta, instabilità di dimora, attrazione della città. Quanti tentativi caduti miseramente nel vuoto, quante iniziative buone, inaridite! L'Opera, se non altro, ha saputo suscitare un fermento di carità, è stata una costante apologia vivente della Provvidenza divina. La gara di carità di tutto il popolo non può non richiamare nella parrocchia larghe benedizioni.
Questo per sottolineare ancora una volta la spiritualità del Padre, che ha, diciamo così, questa intensità di attaccamento alla vita della parrocchia e ai suoi parrocchiani, ma nello stesso tempo non può fare a meno di "stringere al cuore", di dedicarsi con tutto se stesso, con una paternità molto concreta nei confronti di questi figlioli. Io credo che ognuno di questi figlioli che è entrato nella Casa non è stato un atto amministrativo, ma è stato veramente un fatto del suo cuore. A questo proposito leggo quello che scrive nel 1936 su Voce paterna, parlando di una donna della parrocchia che sta morendo, una giovane mamma di 49 anni:
Prima di ricevere Gesù, disse al sacerdote: «So che il Pievano è ammalato. Volentieri faccio al Signore sacrificio della mia vita per lui. lo sono madre: i miei figlioli avrebbero ancora bisogno della mia assistenza. Ma egli è tre volte padre: padre degli orfani che ha raccolto, padre delle associazioni che ha fondato, padre del popolo. Il Signore lo conservi a lungo. Gli dica che gli raccomando il mio figliolo». Tre volte padre. La voce della morente spesso riecheggia nell'intimo dell'anima: l'inno del Te Deum e il grido del Miserere allora si alternano; si intrecciano riconoscenza e umiliazione.
Da questo testo si vede questa profonda unità che c'è, che si ripercuote nel cuore dei suoi parrocchiani, per cui veramente si fa strumento di Dio, della paternità di Dio. E questa è la caratteristica più forte di don Facibeni, un servizio, un carisma, un dono di servizio alla Chiesa, perché nella Chiesa la paternità di Dio appaia più pienamente.
Leggo ancora questo testo che, dal punto di vista spirituale, mi sembra molto signifi
cativo:
Nel '45 il Padre ha 61 anni. È già un uomo consumato, finito. Viene assalito dal morbo di Parkinson, per ansie, spaventi e difficoltà di ogni genere che ha subito. Ma non indietreggia. Appaiono unite e in contrasto tra loro le due dimensioni della sua fedeltà a Gesù Cristo, quelle della sua paternità: gli orfani e la parrocchia, legate insieme. Nel 1945 ha 600 ragazzi. Ombre fittissime, spesso opprimenti: difficoltà morali, difficoltà materiali, difficoltà economiche, pene interiori, malattie. Il fanciullo fasciato di buio vede il suo lettuccio circondato di fantasmi paurosi e angosciosamente invoca la mamma. La mamma accorre premurosa, spalanca la finestra. Un'ombra di luce avvolge il piccolo, che, singhiozzante, cerca il cuore di lei, dove nessun fantasma potrà più raggiungerlo. Si aggrappa forte forte e nella stretta amorosa ritorna la calma. Timidamente poi solleva sulle spalle della mamma il suo sguardo ancora velato di pianto e si bea della luminosa visione che al di là della finestra si dispiega. Così nell'Opera: ore buie e desolanti, nelle quali si ascolta il cupo sgretolio dell'edificio innalzato con tanta fatica. (...) Gli orfani oltrepassano già i 600. Ogni giorno arrivi all'improvviso, senza prenotazione. Come rimandarli? Hanno compiuto magari un viaggio faticosissimo; a casa non c'è nessuno. E allora bisogna improvvisare qualche lettuccio, invocare i dirigenti delle case succursali di avere pazienza: non se ne "invieranno più"... fino alla prossima volta!
Questa lettera è importante, perché questo fanciullo che ha paura sarebbe lui; è lui stesso che si identifica in questo bambino. Mi diceva spesso - bonariamente, perché io ero giovane, ci correvano quarant'anni, per cui non poteva caricare sulle mie spalle tante cose - mi diceva: «Tu non la conosci la Provvidenza. La Provvidenza fa soffrire, ma è materna, ha delle delicatezze materne».
Se da una parte lui parla di 600 ragazzi, dall'altra lui si occupa della parrocchia. E allora non si può non leggere questa lettera, che è veramente singolare, per indicare la sua immedesimazione nella gente, in mezzo alla gente. È scritta a me il 29 marzo 1947:
Oggi quante miserie hanno battuto al mio cuore! Un giovane rovinato dal gioco, un dimesso dal carcere uccisore della moglie, un ricercato dalla polizia che intende costituirsi, un padre di famiglia che ha perduto l'impiego per disonestà, una mamma alla quale fu ucciso il marito e che non ha pane per le sue creature, una mamma ricca ma il cui unico figlio non ha giudizio, un giovane che vuole acquietare i dubbi sulla fidanzata, una signora in angustia per la condotta di una giovane vedova madre di tre figli, una sposa che invoca la prodigiosa medicina per il marito da due anni al sanatorio, genitori in angustie per il figlio giovinetto che ha fenomeni di nevrastenia che si attribuiscono a malie, una disgraziata un tempo ricca ora con lo sfratto in casa, un padre che teme per la sorte del figlio sposatosi con una giovinetta, due anziani che vogliono la mia benedizione sul loro proposito matrimoniale. E poi poveri, ecc. ecc. Quale ridda di sentimenti, di contrasti, di pene, di desideri, sui quali dovrei far passare l'alito di Cristo! Ma quale sforzo per conservare la calma, per ascoltare, per comprendere! Come dovrebbe essere sempre presente Gesù nella sua pazienza con gli ammalati e con gli apostoli, così irretiti in tante meschinità e in tanti pregiudizi. Eppure è in questi incontri, spesso pesanti e penosi, che si intrecciano e si stabiliscono quei contatti di anime che dureranno eternamente. Non una parola, non un gesto si cancellerà.
E veniamo ora all'ultima parte della vita del Padre dal '49 alla morte.
Nel novembre del 1949 il Padre viene trasportato a Bologna, nella casa di cura di Villa Verde. E sono gli operai della Galileo che hanno fatto una sottoscrizione e hanno offerto al Padre questa cura. Il Parkinson è progredito; non ci sono ancora le medicine specifiche di oggi. Viene tentata una particolare cura. Viene praticata al Padre la puntura lombare. Il Padre subisce un collasso superiore al previsto. Crede di venire meno. Dopo aver dettato alcune disposizioni, scrive una lettera a me. Soprattutto, nella lettera il Padre vuole ancora una volta sintetizzare il programma di apostolato dell'Opera.
E qui leggo testualmente, perché questo è prezioso, soprattutto perché è scritto in un momento drammatico della sua vita: lui ha quest'Opera sulle spalle, con centinaia di ragazzi; sa che tra poco può morire. Si capisce che in quel momento il Padre ha bisogno di sintetizzare e dire l'essenziale sull'Opera. Tra le altre cose, dice queste, che si riferiscono ai ragazzi:
Ricorda sempre che l'Opera è per il più deboli, i più miseri, i più infelici. Che devono essere tolti da ambienti nefasti e pericolosi e accolti in una casa dove si respira una vera atmosfera di famiglia, sotto lo sguardo benedicente della Madre del cielo. L'educazione degli orfani e degli abbandonati presenta problemi diversi: ogni ragazzo, anche il più traviato, ha la sua intima tragedia; ha nell'animo un piccolo punto che, se saputo delicatamente toccare, segna la sua salvezza. Ma l'Opera non deve restringersi alla casa degli orfani, ma deve compiere un apostolato di verità e di bontà nelle masse più lontane da Cristo, nelle periferie della città, nei grandi sobborghi. Vi sono tante miserie materiali e morali, vi sono tante anime che pure sono state battezzate, ma per le quali Cristo è lo sconosciuto. L'Opera, umilmente e tenacemente, con l'esempio soprattutto dei suoi membri, deve far sentire praticamente il vangelo, per poter risvegliare, con la loro inestinguibile carità, il sentimento della dignità umana e cristiana. (...) Da tanti segni mi sembra arguire, soprattutto in questo secondo periodo di vita, che il Signore chiami l'Opera a questa missione.
Arriviamo alla parte finale.
Nel 1955 il Cardinale arcivescovo Elia Dalla Costa invita il Padre a rinunciare alla parrocchia di Rifredi, rinunzia che, separando Opera e parrocchia, fa cadere quella profonda unità di vita tra le due realtà, tanto da mettere il Padre nella più grande umiliazione, come un fallimento di tutto ciò per cui ha lavorato e sofferto. II Padre risponde: «Obbedisco» e si ritira nei locali dell'Opera. E in questo tempo che il Padre è costretto a stendere le sue membra, come imprigionato dal morbo di Parkinson. Lo si vede stringere con particolare immedesimazione un libretto, che ormai non può più consultare senza l'aiuto di chi lo assiste, uno dei suoi figlioli a turno. Si tratta di un libretto di ragguaglio, scritto in francese, su La vita secondo il Vangelo della cosiddetta "Società dei sacerdoti del Prado" di Lione, che mettono in pratica la spiritualità del sacerdote lionese vissuto alla fine dell'800, padre Antoine Chevrier, beatificato da Giovanni Paolo Il nel 1986.
Il Prado è un locale, una bicocca che questo sacerdote aveva comprato, una vecchia sala da ballo che era diventata il luogo dove lui evangelizzava i suoi bambini, perché era nata come un'opera per la preparazione alla prima comunione dei bambini, in questo quartiere povero di Lione, che spesso rimaneva sott'acqua.
Che cosa c'è scritto in questo libretto? E «una forma di vita per il sacerdoti», fondata su quattro punti: innanzitutto sulla conoscenza, attraverso lo studio del Vangelo fatta sotto l'azione dello Spirito Santo, di Gesù Cristo, una conoscenza di Cristo fatta in maniera molto seria, di Cristo inviato da Dio, inviato agli uomini, inviato ai poveri. Poi una vita di fraternità sacerdotale, ma non nel senso di una congregazione religiosa, ma vita di comunità e fraternità
tra sacerdoti, che vogliono vivere più pienamente il loro ministero pastorale, sotto i segni della povertà, della castità e dell'obbedienza. Terzo punto: apostolato per le masse più lonta
ne, più povere, più ignare. E, quarto, rimanendo preti diocesani.
Ecco: dopo che il Padre ha fatto tanti studi e ha scritto anche le sue Costituzioni, se-condo quello che dice, qui, anche lo storico del Padre, Nistri,
È soprattutto sulla Spiritualità pradosiana, dunque, che il Padre, al tramonto della sua vita, mentre si trova nell'urgenza e impotenza di trasmettere ai suoi sacerdoti la sua visione dell'Opera, sembra fissare lo sguardo. Che altro significato può avere questo stringere al petto, per delle giornate intere, anche quando, per la stanchezza e la sofferenza fisica, deve rimanere sdraiato sul letto senza poter leggere, l'opuscolo sulla spiritualità dei sacerdoti del Prado? Sì, il Padre ha tutta l'aria di volersi far prestare dal padre Chevrier quella tavola sacerdotale con la quale il fondatore del Prado ha fissato schematicamente le tappe del cammino del sacerdote: la povertà della mangiatoia, per essere, come Cristo, un uomo spogliato; la sua morte sul Calvario, per essere un uomo crocifisso; la carità del Tabernacolo, per essere un uomo mangiato.
Voi direte: «Ma cosa c'entra questo?». C'entra: ora viene fuori. Questa è una spiritualità che i sacerdoti dell'Opera Madonnina del Grappa, dopo la morte del Padre, hanno seguito, insieme, partecipando a questo movimento, questa Spiritualità, che ha avuto uno sviluppo anche in Italia, soprattutto nel Veneto, nelle diocesi di Treviso e di Vicenza.
Don Facibeni muore a 74 anni il 2 giugno 1958, durante il sonno, nel pieno della notte. Lascia una piccola comunità di otto sacerdoti, mentre nella casa dell'Opera vivono più di 900 ragazzi. Dalla morte del Padre passano alcuni anni, finché, nel 1964, si presentano all'Opera i coniugi Cesare e Elsa Chirici. Ricordo ancora il momento in cui li ricevetti a Rifredi. Si se-dettero e espressero il loro chiaro proposito di donare all'Opera un terreno in Scandicci, perché l'Opera vi aprisse una casa per le sue finalità (ragazzi e poveri) ed esercitasse un'azione pastorale nella zona circostante, che stava diventando un quartiere popolare. Il card. Florit, succeduto al card. Dalla Costa come arcivescovo di Firenze, saputa questa notizia, invita l'Opera ad assumere la parrocchia di S. Bartolo e consente che don Piero Paciscopi si aggreghi all'Opera e diventi parroco di S. Bartolo. Cosa che egli realizzerà nel '68, dopo essere stato quattro anni con don Nesi in Corea, a Livorno.
Ed ecco ora un avvenimento imprevedibile e imprevisto. Quattro sacerdoti, dall'ottobre del '68, si riuniscono settimanalmente presso la Casa di riposo dove sono ospitati quanti, anziani e infermi, hanno fatto parte dell'opera dell'apostolato di don Dino Torreggiani in favore dei lavoratori dello Spettacolo Viaggiante. Hanno deciso di dedicare una mattinata allo studio del Vangelo secondo le indicazioni e gli atteggiamenti spirituali che provengono dalla spiritualità dei sacerdoti del Prado. Sono don Piero Paciscopi, don Fabio Masi, don Faliero Crocetti e il sottoscritto. Nel novembre inoltrato del '68 scoppia il fatto dell'Isolotto, la nota contestazione di una comunità parrocchiale che ritiene coerenza secondo il vangelo la contestazione di mentalità, di prassi e di strutture che fanno parte del mondo cattolico ed ecclesiastico. Questo fatto certamente coinvolge tutto il Presbiterio fiorentino, che, pur partecipando e apprezzando don Mazzi, non si distacca da un'obbedienza al Vescovo.
È in questo momento che il nostro piccolo gruppo di quattro sacerdoti è visitato, un mercoledì, dal fondatore dell'apostolato tra i "gitani", don Dino Torreggiani. Il quale si muove appositamente da Reggio Emilia per venire a visitarlo e gli propone un'équipe di catechisti che lui ha conosciuto in Spagna, che ha possibilità di creare – come dice lui – «la vera comunità cristiana». Ci fu l'approvazione dei due parroci, di Vingone e di S. Bartolo, don Fabio e don Piero. E così questi catechisti, Francesco, sacerdote della diocesi di Bologna, Kiko Arguello e Carmen Hernandez, presentatisi al card. Florit e ricevuto il permesso di predicare, iniziano la catechesi nelle due Parrocchie di Vingone e di S. Bartolo. Dopo due settimane di predicazione, la catechesi prosegue soltanto a S. Bartolo. Fu così che, al termine di due mesi di catechesi, nacque una piccola comunità detta neocatecumenale. E in questo modo che, in questa Parrocchia, allora affidata all'Opera Madonnina del Grappa, è nata questa esperienza di annuncio del vangelo, che presenta certamente aspetti del tutto nuovi rispetto al passato. Sono ormai passati oltre trent'anni da quell'inizio e questa esperienza – il Cammino Neocatecumenale – ha avuto modo di esprimere quale tipo di servizio può rendere per ridare vita alle comunità parrocchiali, in che modo può rispondere alle esigenze di una pastorale adatta ai tempi e ai momenti che viviamo.
Da quanto ho detto, non possiamo non vedere l'azione della divina Provvidenza. Che ha mosso i due coniugi, che li ha posti in sintonia con il programma missionario di don Faci-beni, mettendo a disposizione il terreno su cui ora insistono questi edifici. Che ha procurato all'Opera un sacerdote, don Piero, che potesse assumere la Parrocchia di S. Bartolo. Che ha ispirato don Facibeni a guardare con fede a una Comunità Sacerdotale, ma anche laicale, che portasse avanti autentici valori evangelici. Che ha mosso don Torreggiani a entrare in comunicazione con alcuni sacerdoti fiorentini e di partecipare loro la illuminazione che aveva ricevuto. Che ha messo in ascolto di catechesi persone umilissime, si può dire, legate al loro modo tradizionale di vivere la fede cristiana. E nasce così una nuova esperienza di evangelizzazione.
Ora il Cammino Neocatecumenale promuove alcuni punti che, nella spiritualità di don Facibeni, erano fondamentali:
1. Il Cammino Neocatecumenale, attraverso la croce di Gesù Cristo, porta alla conoscenza del Padre. Si può dire che esso termina con una tappa che si intitola al Padre Nostro. La paternità di Dio, l'abbandono in Dio Provvidenza, sono davvero l'apice della spiritualità dell'Opera Madonnina del Grappa.
2. Il Cammino vuole promuovere una comunità, una Chiesa, che avvicina i lontani, gli ignari del Vangelo. Don Facibeni voleva che l'Opera fosse un umile strumento per portare il Vangelo alle masse più ignare di Cristo, per cui "Cristo è uno sconosciuto".
3. Il Cammino Neocatecumenale è un servizio che, attraverso l'ascolto della Parola effettuato liturgicamente in piccole comunità, forma la fede, che, quando giunge alla sua maturazione, sfocia nella carità, la fede che opera attraverso la carità. Il motto dell'Opera è Credidimus caritati. In questo motto c'è, appunto, la fede che apre all'amore, la fede che genera questa creatura nuova che è mossa dall'Amore, il cristiano.
Conclusione. Si conclude sempre male. Direi: don Facibeni portava dentro di sé l'amore all'azione della Provvidenza. Diceva: «Provvidenza di Dio, quanto sei buona!». Questo mi sembra il risultato più grande di don Facibeni: questo cuore che amava 1' azione di Dio. E naturalmente la sua vita umana era trasformata: non era più un uomo che era soggetto a dei doveri da compiere, non era un uomo diviso tra il mondo della fede e il mondo dei sentimenti. No, la sua umanità era tutta presa da Cristo, era una nuova umanità. Chi l'ha conosciuto restava colpito da questa umanità. Il Padre era anche un uomo che dava serenità, che dava gioia. Chi l'ha conosciuto l'ha visto correre per le strade quando la Provvidenza gli dava questi segni di amore. Anche se anziano, il suo temperamento era vivace. È questo amore a Dio Padre, dunque, che stasera, con questa inaugurazione, vogliamo celebrare. È questo il termine finale dell'azione di Dio: portarci all'amore di Dio. Sono certo che non tanto e non solo una effige del Padre è posta all'ingresso di questa Sala Parrocchiale. Molto di più, è certamente la sua presenza di Sacerdote che intercede. Quello che allieta maggiormente questa festa e questa comunità parrocchiale è la sua presenza di intercessione. Perché certamente prega per questa realtà, che appartiene a Dio, alla paternità di Dio. Il carisma di don Facibeni è un servizio alla paternità di Dio nella Chiesa, che ha, 'in questo abbraccio alle creature più colpite dalla vita, un segno della sua espressione palpitante. Che grande Vangelo è quello di poter vedere una creatura innocente salvata da pericoli e da disgrazie, che cammina nella vita fiduciosa e responsabile, guidata da uno spirito di verità, di giustizia e di bontà! E vedere questa creatura come frutto della fede! Carissimi, è approdare a questo Amore puro verso Dio Padre, la cosa più grande che possiamo ricevere da Dio stesso, attraverso la Chiesa.