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Omelia
Card. Ennio Antonelli

Omelia della S. Messa conclusiva della visita pastorale
nella Parrocchia
4 marzo 2007

Saluto con affetto tutti voi che partecipate a questa santa liturgia e tutta la comunità parrocchiale. Ringrazio don Marco, gli altri sacerdoti, i diaconi e tutte le persone che ho incontrato, in gruppo o singolarmente, anche i bambini che vedo qui presenti numerosi, per l’accoglienza cordiale e festosa con cui avete ricevuto il vescovo nella visita pastorale e per l’opportunità che mi avete dato di conoscere meglio, in maniera più diretta e approfondita, la realtà della vostra comunità parrocchiale. Mi congratulo soprattutto per la intensa – esaltante direi – esperienza delle comunità neocatecumenali, un cammino molto impegnativo di esercizio nella vita cristiana e di testimonianza cristiana. E mi congratulo per le diverse iniziative e i diversi itinerari e incontri che vengono offerti e tutti, anche al di fuori delle comunità neocatecumenali. Ringrazio quindi gli operatori pastorali, per il loro impegno e servizio gratuito, fatto unicamente per amore del Signore e per amore dei fratelli; in particolare i catechisti, che dedicano tanto del loro tempo e delle loro energie al servizio del vangelo. E ringrazio anche i ministri dell’eucaristia, in particolare quelli che oggi riceveranno il mandato di ministri straordinari della comunione, che portano la presenza eucaristica, la più grande presenza del Signore, nelle case, ai malati, agli anziani e stabiliscono così una rete di fraternità tra la parrocchia e le famiglie.
E veniamo al vangelo di questa domenica. È il vangelo della Trasfigurazione, che vediamo qui rappresentato da Kiko in questo riquadro sulla mia destra, a colori smaglianti. Mi pare uno dei più significativi e più belli di questi quadri. Il vangelo ci invita a contemplare il Signore Gesù, il Cristo della Trasfigurazione e della Pasqua. Perché la Trasfigurazione è un preannuncio, un anticipo, della sua morte e della sua risurrezione. E quindi questo vangelo ci invita a rinnovare la nostra adesione a Cristo crocifisso e risorto, adesione della mente, della volontà, del cuore, di tutta la vita. Gesù aveva preannunciato ai suoi discepoli che sarebbe morto e risorto, avrebbe subito il rifiuto e la persecuzione, avrebbe dovuto affrontare molte sofferenze, umiliazioni e infine la morte, ma poi il terzo giorno sarebbe risuscitato. E aveva invitato i suoi discepoli a seguirlo per questa strada, difficile ma esaltante e gloriosa, della croce e della risurrezione. I discepoli, ovviamente, erano rimasti disorientati; si immaginavano un messia di tutt’altro genere; gli erano andati dietro con tutt’altre prospettive, di un messia trionfatore terreno, dominatore dei regni di questo mondo. Questo si aspettavano i discepoli. Quindi rimangono disorientati, smarriti, non sanno più che cosa pensare. E allora Gesù prende con sé Pietro, Giacomo e Giovanni, sale con loro su alto monte, che la tradizione identifica con il Tabor, e si mette a pregare mentre è già notte. E nel buio della notte, improvvisamente, il Signore si trasfigura, diventa splendente, sfolgorante come il sole. Il suo volto e le sue vesti abbagliano lo sguardo dei discepoli. È un’esperienza meravigliosa, inimmaginabile, che affascina e conquista i suoi discepoli. Appaiono accanto a Gesù due personaggi che riassumono tutto l’Antico Testamento, la Legge e i Profeti, cioè Mosè ed Elia. E si mettono a parlare con Gesù. Di che cosa parlano? Parlano della sua prossima dipartita che sarebbe avvenuto a Gerusalemme. “Dipartita” nel testo greco originale è exodus. Parlano del prossimo esodo di Gesù, cioè della sua uscita da questo mondo al Padre, del suo passaggio da questo mondo al Padre, attraverso la croce e la risurrezione. Quindi parlano della sua prossima Pasqua.
E a un certo momento viene una nube luminosa splendente dal cielo, che avvolge tutto il monte. E dalla nube risuona una voce forte e persuasiva, che dice: «Questi è il mio Figlio, l’Eletto. Ascoltatelo!». Che significa: “questi è il mio Figlio, il Messia Servo”. L’Eletto è un’espressione presa dai canti del Servo di Javhè, che è così familiare alle comunità neocatecumenali, ma mi auguro a tutti i cristiani. Ecco allora: «Questi è il mio Figlio, il mio Unigenito, il Messia Servo, non come lo immaginate voi, ma come lo ha rappresentato il profeta Isaia. Ascoltatelo! Se vi dice che dovrà passare attraverso la sofferenza, l’umiliazione e la morte, per giungere alla risurrezione, ascoltatelo!, credetegli! Se vi dice che anche voi, per essere suoi discepoli, per condividere il suo destino, dovete anche voi prendere ogni giorno la croce e andare con lui e dietro a lui fino alla risurrezione e alla vita eterna, credetegli, ascoltatelo!». È la voce del Padre che presenta la mondo, presenta a tutti noi, anche oggi, il suo Figlio Gesù e ci chiama a seguirlo per questa via ardua, difficile, ma – ripeto – esaltante, della croce e della risurrezione.
Ecco dunque, questo evento della Trasfigurazione è come una finestra aperta sul futuro. Sul futuro di Gesù innanzi tutto, sul suo destino, ma anche sul nostro futuro: noi siamo chiamati alla trasfigurazione ad opera di Cristo, che inizia in questa vita e poi si compie nell’eternità. questo è il mistero centrale della vita cristiana. Come sapete, i cristiani d’Oriente, anche cattolici, esprimono la vita cristiana proprio come un processo di trasfigurazione. È il punto cardine, dunque, della vita cristiana, il suo centro. E sempre dobbiamo ogni giorno richiamare questa parola di Gesù: «Chi vuole venire dietro a me rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua, per questa via stretta e gloriosa». Una via che molti non vogliono prendere, che molti rifiutano, non accettano.
E questo già dall’inizio: già i discepoli, i primi credenti, hanno faticato terribilmente per capire e per accettare. Ma poi anche tra le prime comunità cristiane, nella prima evangelizzazione, molti non riuscivano né a capire né tanto meno ad accettare questa logica, a incamminarsi per questa strada. Abbiamo sentito, anche nella seconda lettura di oggi, nel brano della Lettera ai Filippesi dell’apostolo Paolo, che l’apostolo si lamentava, soffriva, era angustiato profondamente dentro di sé perché molti non accettavano questo scandalo della croce, non accettavano questa promessa della risurrezione. «Molti – dice l’apostolo –, ve l’ho già detto più volte e ora con le lacrime agli occhi ve lo ripeto, si comportano da nemici della croce di Cristo». Respingono con sdegno, addirittura, questo mistero della croce e della risurrezione. «Essi hanno come dio il loro ventre – preferiscono avere come dio, come centro di interesse il loro ventre –, si vantano di ciò di cui dovrebbero vergognarsi, tutti intenti alle cose della terra». Quindi assolutizzano, fanno il loro dio del ventre e delle cose della terra: quindi – diremmo noi oggi – il mangiare e bere, il sesso, il divertimento, lo sport, il consumismo, il successo, il denaro; in una parola: l’utile e l’interesse immediato. Per molti, non c’è una lunga prospettiva, non c’è una visione globale della vita, c’è l’utile e l’interesse immediato. E vivono secondo questa logica del frammento e dell’effimero.
E questo perché non credono alla croce di Cristo, non credono al Cristo crocifisso e risorto. E hanno quindi paura della morte e in tutti i modi cercano di rimuoverla, di non pensarci, cercano di stordirsi, pensando di essere vivi. La loro scelta, come dice l’apostolo Paolo in un’altra sua lettera, la Prima ai Corinzi, è: “mangiamo e beviamo, perché domani morremo”. Questa è logica di vita che tante persone seguono: “mangiamo e beviamo, perché domani morremo”.
Uno scrittore moderno, Bertold Brecht, ha una sua poesia famosa in cui si dice la stessa cosa: «È poco la vita: bevetela a gran sorsi; non vi sarà bastata quando dovrete perderla; vi resta poco tempo; nulla sarà più vostro; morirete come tutte le bestie. E non c’è niente dopo!». Questa è la logica di chi rifiuta il mistero del Crocifisso risorto. Ma Cristo è davvero risorto! L’apostolo Paolo – vi ricorderete – nella Prima Lettera ai Corinzi, dopo aver prospettato la follia e la disperazione di chi non crede, dice: «Ma Cristo è davvero risorto, primizia di coloro che risorgono dai morti!».
E anche qui, nel testo che abbiamo ascoltato poco fa della Lettera ai Filippesi, dice: «La nostra patria, invece – si contrappone un’altra fede, un’altra scelta di vita –, è nei cieli: aspettiamo come salvatore il Signore Gesù Cristo, il quale trasfigurerà il nostro misero corpo per conformarlo al suo corpo glorioso». Aspettiamo il Signore, che ci renderà partecipi del mistero della sua Trasfigurazione, trasfigurerà il nostro misero corpo, per renderlo conforme al suo corpo risorto, al suo corpo glorioso. E quindi ecco la conseguenza pratica per la vita: «Perciò, fratelli miei carissimi e tanto desiderati, mia gioia e mia corona, rimanete saldi nel Signore». Rimanete fermi, perseveranti, convinti, decisi, in questa scelta, in questa prospettiva nuova di vita che io vi ho testimoniato e vi ho annunciato. Quindi non abbiate paura della croce, non abbiate paura di Cristo!
Ricordate quante volte il Papa Giovanni Paolo II ha ripetuto questo invito, questo appello: «Non abbiate paura! Aprite le porte a Cristo!». Fin dall’inizio del suo pontificato e fino all’ultimo giorno, tante volte, specialmente ai giovani, ha ripetuto questo invito: «Non abbiate paura a seguire Cristo sulla via della croce e della risurrezione!». E questo cosa vuol dire in concreto? Vuol dire mettere al primo posto l’amore, credere che siamo amati davvero da Dio e fare noi dell’amore il valore supremo della nostra vita, dargli il primato assoluto. L’amore anche come dono di sé, anche come sacrificio. E quindi ridimensionare tutte le altre cose. Non è che siano male le cose della terra, nemmeno il ventre è un male, è dono di Dio, opera di Dio creatore. Ma va ridimensionato, va messo in ordine, va orientato, va sottomesso alla logica dell’amore, che è logica di croce e di risurrezione, sempre, ogni giorno. E quindi bisogna anche saper rinunciare alle cose della terra, quando questo è necessario; finalizzarle bene e, se è necessario, anche saperci rinunciare. Ecco la grande scelta che occorre fare per essere cristiani, per vivere da cristiani. Queste sono, in fondo, le promesse battesimali che si rinnovano nella notte di Pasqua e questa è la scelta da fare ogni giorno. «Chi vuole essere mio discepolo, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua!».
Ecco, io ringrazio il Signore perché ho trovato in questa vostra parrocchia molti che hanno fatto e che ogni giorno rinnovano questa scelta, questa scelta coraggiosa, ma questa scelta anche meravigliosa, che è quella di seguire Cristo sulla via della croce e della risurrezione. Questi cristiani che coraggiosamente, con convinzione e con decisione, si incamminano per questa strada sono una luce, sono una grazia e una benedizione anche per tutti gli altri, per tanti altri cristiani che si adagiano nel compromesso, nella mediocrità. E anche e soprattutto per i non credenti, per coloro che hanno rifiutato e sono diventati nemici della croce di Cristo, è un’alternativa, una controproposta di vita, un andare controcorrente rispetto alla logica del mondo, che sicuramente li fa pensare, sicuramente apre loro degli spiragli, li attrae e li orienta verso il Signore, quali che siano i passi che riescono a fare in questa vita. Noi speriamo, appunto che il Signore, servendosi della Chiesa, servendosi di quelle che il Papa chiama le “minoranze creative”, minoranze che sono come fuochi accesi nel buio della notte, faccia arrivare la sua luce e in qualche modo apra i cuori, li attragga sé, anche se non sempre succede, anzi la maggior parte non riesce ad attuare una conversione piena. Ma già si apre uno spiraglio, già si apre un orientamento verso Cristo.
Io ringrazio tutti coloro che si impegnano nel vivere seriamente la vita cristiana, che danno una testimonianza. Ed esorto tutti, neocatecumeni e non neocatecumeni, ad essere missionari: essere cristiani è anche essere missionari. Questa era la persuasione, l’esperienza che facevano i cristiani dei primi secoli. Il cristianesimo si è diffuso per questo. Dice Giovanni Paolo II nell’enciclica Redemptoris Missio che il cristianesimo è una religione difficile, scandalosa; e lo era soprattutto nei primi tempi; ma si è diffuso e ha vinto tutte le enormi sfide e difficoltà che gli venivano dal mondo pagano per la testimonianza dei fedeli, perché avevano il coraggio di andare controcorrente, avevano il coraggio di annunciare, con la parola e con la vita, che Cristo crocifisso è risorto, è il Messia, è l’unico salvatore di tutti gli uomini.
Ecco, io concludo esortandovi proprio a rinnovare ogni giorno questa fedeltà al Signore. Uno scrittore francese, che ha avuto un’esperienza mistica e che si è convertito improvvisamente a Parigi, André Frossard, – di cui ricorderete il libro famoso Dio esiste: io l’ho incontrato – dice: «Quando si sa che c’è un altro mondo, che la vita continua in eterno, bisogna dirlo. Quando si sa che non c’è e non ci sarà mai altra speranza per gli uomini al di fuori della speranza cristiana, bisogna dirlo». Ecco io vi esorto a dirlo, con la vostra vita ed anche con la vostra parola. «Fratelli carissimi, mia gioia e mia corona, rimanete saldi nel Signore».