In Visita Pastorale

Visita pastorale alla Parrocchia di S. Bartolomeo in Tuto Incontro con le Comunità Neocatecumenali della parrocchia
Scandicci – 23 ottobre 2019

Cardinale Giuseppe Betori:

 

Grazie anzitutto di esser qui, sono contento di incontrarvi; anche perché questo si aggiunge alle tante convocazioni a cui dovete rispondere all’interno del Cammino. Vi ringrazio della testi-monianza che mi date come persone e con il racconto della vostra esperienza, così come l’ho ora ascoltata.
Io proverei a fare tre o quattro puntualizzazioni. Essendo un vescovo, devo orientare e for-se, orientando, sbatto da una parte e dall’altra; posso dar fastidio con qualche mia espressione. Cercate di capire che lo faccio in forza del mio dovere di indicare con certezza quello che è il cammino che il Signore propone alla Chiesa.
Queste tre o quattro cose che vorrei dirvi sono legate proprio a quelli che io considero i punti strutturali fondamentali dell’esperienza del Cammino. Non dobbiamo mai dimenticare che esso parte dal kerygma, mentre la comunità viene molto dopo; prima c’è un momento in cui voi non siete comunità ma siete semplicemente convocati all’ascolto. Avete risposto a questa convo-cazione perché quella parola che vi è stata proposta ha incontrato qualche apertura del vostro cuo-re, qualche interrogativo della vostra mente, ha interrogato i punti deboli – chiamiamoli così – della vostra esperienza umana e cristiana, soprattutto umana. Questo il Cammino lo fa attraverso quello che voi definite “catechesi”.
A me non piace chiamarle così, perché non sono catechesi, sono annuncio, che è un’altra cosa. La catechesi è la riflessione sulla fede, una volta accolta nelle sue strutture fondamentali, mentre l’annuncio della fede viene prima della riflessione su di essa. Chiamiamolo con il suo ter-mine proprio che è annuncio, kerygma. Vedete che già comincio a criticare qualcosa, ma mi capite che lo faccio perché è bene che voi siate consapevoli del dono che avete ricevuto.
Perché alla maggior parte delle nostre comunità e della nostra gente la catechesi arriva sen-za il kerygma, dando per scontato che ci sia stato un annuncio e che quell’annuncio sia stato accol-to. Questo è un fatto molto importante: che nella struttura del Cammino il primo passo sia mettere il kerygma di fronte alla nostra esistenza. Per quel che ho visto dagli stralci delle vostre catechesi – perché così vengono chiamate – questo annuncio è fatto molto bene, perché mette in rapporto l’annuncio stesso con la situazione concreta più esistenzialmente.
Forse meno socialmente, ma questo è un altro aspetto da migliorare: fare entrare non solo quelli che sono gli interrogativi esistenziali della persona, ma anche i grandi interrogativi sociali. Adesso c’è un Sinodo sull’Amazzonia, che ha poco di esistenziale, mentre ha molto di sociale, perché pone il mondo intero di fronte al problema di qual è il rapporto tra l’uomo e il creato. Ma adesso mi interessa sottolineare positivamente questo fatto: che il kerygma non viene calato così, ma viene calato nella vita problematica dell’uomo. Questo è molto bello e fondamentale.
Prima di fare il mestiere che faccio adesso, quello di vescovo, ho fatto per tanti anni il me-stiere di professore di Sacra Scrittura. E l’oggetto dei miei studi e delle mie ricerche erano gli Atti degli Apostoli, di cui ho studiato i discorsi che vi si trovano. Quello che è caratteristico di tutti i discorsi negli Atti degli Apostoli è che l’apostolo – Pietro, Paolo, o chiunque parlava – non calava direttamente la dottrina, se non a partire da un interrogativo che stava dentro alla mente e al cuore delle persone che ascoltavano. Vi ricordate il discorso di Pietro nel giorno di Pentecoste: non co-mincia annunciando subito Gesù di Nazareth, ma comincia dall’interrogativo che si stava ponendo la folla di Gerusalemme, che aveva ascoltato gli apostoli parlare in diverse lingue e pensava che fossero ubriachi. Pietro si propone di dare una spiegazione di quello che avveniva, cominciando a raccontare l’accaduto da Giovanni in giù, fino ad arrivare a Gesù. È la vita delle persone che va presa di petto dall’annuncio, esso non deve calarsi sopra la vita delle persone. Questo è molto bel-lo nella vostra esperienza.
Ma, se permettete, anche qui vi do un piccolo avvertimento: rispetto alle catechesi di Kiko, il mondo sta cambiando, gli interrogativi degli uomini di oggi sono meno vicini a quelli delle vo-stre primissime catechesi: oggi c’è meno problematicizzazione, c’è molto più assopimento rispetto a quel mondo in cui c’era lo spirito della contestazione degli anni ’60. Oggi c’è tutt’un altro spiri-to, per cui è necessario capire l’uomo di oggi, quali sono gli interrogativi dei giovani di oggi, che sono diversi non solo da quelli di quando ero giovane io, ma anche di quando erano giovani i fra-telli di qualcuna delle comunità di mezzo, tra la ventesima e la decima. Questo mi preme molto: non diamo per scontato che abbiamo uno stampino di annuncio che va bene dappertutto. Se il mondo cambia, cambia anche la situazione; e se cambia la situazione, l’annuncio deve risuonare in maniera diversa per poter essere accolto come una risposta a una domanda. Se noi stiamo rispon-dendo a domande che non sono più quelle che scuotono il cuore degli uomini di oggi, rischiamo di passar sopra alla situazione di oggi.
È necessaria attenzione a quello che il Papa chiama un cambiamento d’epoca; sta cambian-do un’epoca e non bastano degli aggiustamenti per stare al passo. È necessario prendere atto che sta cambiando qualcosa di profondo nel cuore degli uomini di oggi. È molto positivo l’aggancio al kerygma, è molto positivo che il kerygma si incarni dentro la struttura esistenziale – e anche quella sociale – della problematica dell’uomo di oggi, ma bisogna stare attenti, perché questo è un mondo sempre in evoluzione. Ci deve essere un ascolto; non bisogna partire con il presupposto che già sappiano quelli che sono gli interrogativi della gente che abbiamo davanti. Certamente gli interro-gativi strutturali dell’uomo sono sempre gli stessi, ma variano le forme che assumono a seconda dei tempi. Un conto è rispondere all’illuminismo e un conto è rispondere al romanticismo, tanto per citare due epoche lontane da noi, che hanno segnato la storia del pensiero e del costume in maniera diversa e a cui a suo tempo la Chiesa non fu in grado di rispondere, né all’una né all’altra. Così abbiamo bruciato i rapporti con intere generazioni di credenti.
Kerygma e catechesi con quale scopo? Quello di nutrire la fede delle persone, che è una co-sa altrettanto importante, perché ciò che conta nell’esser cristiani è la fede. Poi la fede si proclama, si argomenta, si celebra, si testimonia; ma è la fede. Senza fede la testimonianza è pura relatività solidale, senza fede la celebrazione diventa un insieme di cerimonie, di riti magari attraenti da un punto di vista estetico, ma incapaci di trasmettere il loro contenuto. Abbiamo bisogno di porre la fede al centro dell’obbiettivo di tutto. Questo è molto importante. E anche questo mi sembra che sia un pregio del Cammino Neocatecumenale, quello di essere proprio un cammino di fede. Ci sono anche altri cammini; non è che voglio demonizzare o svalutare altri approcci. Ma un approc-cio che pone al centro la fede come obbiettivo del proprio itinerario mi sembra un approccio con un valore maggiore rispetto ad altre impostazioni che non lo fanno.
Ma anche qui vi devo mettere un’avvertenza: ricordatevi sempre che la fede è un fatto per-sonale, propria di ciascuno di noi; la fede è un dono che viene fatto a ciascuno e che deve essere professato da ciascuno, per non confondere l’appartenenza con la fede. Parlerò dopo della comuni-tà, è importante anche quella e non la sottovaluto. Ma guai se io credo per appartenenza; io devo credere come mia risposta personale a Cristo che si propone a me, come presenza viva nella mia esistenza. Questa dimensione personale della fede fa sì che non si tratta di fare un rito di passaggio tutti insieme e con questo posso bypassare la risposta personale che io devo dare per fare quel rito. Non c’è una automaticità di un cammino perché lo si fa insieme. Il cammino è mio ed io devo essere responsabile di me stesso, della verità di me stesso. Se io faccio un passo che non è “mio” ma è “nostro”, prima o poi lo pago. Un richiamo quindi alla coscienza personale e alla responsabi-lità personale in ordine alla fede. Questo non è un rimprovero, ma un mettere in evidenza ciò che è in gioco in questo primato della fede che caratterizza il Cammino stesso.
Poi c’è anche l’appartenenza, perché il Signore ci chiama a fare popolo, a fare il suo popo-lo, a fare la sua famiglia. Non ci chiama a un cammino da soli, ma a un cammino insieme, come fratelli. Per questo la dimensione dei legami che ci uniscono è particolarmente significativa nell’esperienza cristiana, rispetto a una religiosità e spiritualità personalistica o individualistica, come quelle che oggi vanno di moda sotto vari nomi. Lo stesso modo in cui le religioni orientali vengono recepite nell’Occidente è un modo che annulla completamente la dimensione comunita-ria, mentre tutto è “consumato” individualisticamente. L’essere chiamato come persona, secondo la tua coscienza, nella tua responsabilità e libertà, ti porta anche a condividere questa esperienza insieme con gli altri. Questa è la comunità.
Anche qui, di nuovo faccio il vescovo: devo ricordarvi che la comunità è la fraternità in Cristo, non è l’insieme dei legami psicologici che si possono creare. Questo è molto importante: soprattutto nelle comunità forti, come sono le vostre comunità, mentre le comunità parrocchiali spesso hanno una tale labilità che non è questo certo un rimprovero che posso far loro. Questo è un richiamo che vi devo fare: state attenti che la relazione psicologica non prenda il sopravvento sulla relazione di fede. Quello che ci unisce è Cristo, non è la consolazione che provo nel momento in cui sto con i miei fratelli. Questo non è certo una cosa cattiva, ma non è la ragione per cui si sta insieme. Non è che sono autorizzato a chiudermi nella comunità perché è più facile camminare insieme quando le mie ferite vengono curate o la mia gioia può essere condivisa e per questo può aumentare. Tutto questo mi sta bene, ma non è la ragione; la ragione è Cristo. Il pericolo è che se tutto si riduce a – o diventa prevalente – la dimensione psicologica, nasce un altro pericolo ancora più grave, che è quello della soggezione, di diventare schiavi e non essere più liberi dentro la co-munità, di subire il legame anziché crearlo e favorirlo. Tutto questo lo dico per aiutarci – non aiu-tarvi – a crescere. Non prendete queste mie parole come un rimprovero, ma sento il dovere di ri-chiamare quella che è la via diritta su cui dobbiamo camminare.
Infine la missione. Tutto questo nasce da una missione e sfocia in una missione. Qui è mol-to bello poter contare su dei cristiani che non solo fanno un’esperienza personale e comunitaria, ma sono pronti a giocare questa esperienza anche all’esterno nei confronti degli altri, delle altre comunità, negli altri ambienti.
Ma anche qui mi piacerebbe aiutarvi a pensare che la missione non è soltanto quella di an-dare ad aiutare altre parrocchie. Il mondo fuori non è fatto di parrocchie, ma è fatto di tanti luoghi umani dove non è meno importante essere missionari. Non dobbiamo pensare la missione in fun-zione soltanto di una Chiesa da irrobustire, sostenere e in cui far nascere nuovi figli, ma dobbiamo pensare la missione anche nei confronti di quei mondi così difficili come il mondo del lavoro, il mondo della cultura, il mondo della politica e così via. In questi mondi, magari non in modo co-munitario ma in modo personale, tutti voi laici siete chiamati ad esprimere la missionarietà, in cui, grazie a un cammino come quello che abbiamo sentito e come io fondamentalmente vi ho confer-mato, questa missionarietà deve poi trovare un’espressione laica, non soltanto ecclesiale ma anche laica, in questi mondi dove è tanto difficile esprimere non più l’annuncio cristiano ma una presen-za cristiana che sia capace di far nascere un mondo nuovo.
Con un’immagine forse un po’ troppo ardita, potrei dire che il Signore non ci manda a co-struire la Chiesa, ma a seminare il Regno di Dio nel mondo. La Chiesa è al servizio del seme del Regno, è quindi un passaggio necessario, ma in ordine al Regno di Dio. Questo è fondamentale che ce l’abbiamo chiaro, perché non dobbiamo sentirci cristiani solo nel momento in cui facciamo le cose dei cristiani, ma quando facciamo le cose degli uomini da cristiani. Non banalizziamo que-sta frontiera missionaria, che è l’ultima e la più difficile. E se magari – lo dico ai responsabili – qualche comunità non riesce a trovare un impegno dentro alle strutture ecclesiali, non pensate che allora voi siete privati della missione. C’è questa missione, che è il mondo, che vi attende.
Queste erano le cose che mi sentivo di dire a voi: il fondamentale apprezzamento per que-sto Cammino, che fa perno su kerygma, fede, comunità e missione, e perciò sta nel pieno della struttura del vangelo e della missione della Chiesa. Qualche avviso ve l’ho dato; come il parroco, anche il vescovo deve dare gli avvisi. E davvero vi ringrazio per tutto quello che siete e fate nella nostra diocesi.

Contattaci

Not readable? Change text. captcha txt