In Visita Pastorale

Visita pastorale Incontro con i giovani del vicariato.
c/o Parrocchia di S. Bartolomeo in Tuto.
Scandicci – 30 ottobre 2019.

Domanda sulla difficoltà di essere cristiani oggi.

 

Cardinale Giuseppe Betori:
Non è facile vivere la fede in questo nostro tempo. Non che fosse più facile quando ero giovane io come voi, che è tanti anni fa. Io ho 72 anni; fate voi la differenza tra la mia età e la vostra. La società è molto cambiata in questo contesto.
Sulla difficoltà di essere cristiani, basta che leggiate le pagine del vangelo e vi ac-corgete che la maggior parte delle persone che hanno incontrato, non un prete o un cate-chista, ma Gesù in persona, se ne sono andate. Gesù inizia con le folle, finisce con dodici, che al momento cruciale lo abbandonano. Il problema non è la situazione di oggi, non siete voi, ma è dentro la struttura dell’essere uomini e donne, la nostra tensione verso un supe-ramento di noi stessi, verso un bene bello e grande che ci sia per noi, che ci attragga. La povertà e fragilità della nostra condizione umana sono costanti di tutti i tempi. Non credia-te che siete in una situazione peggiore di quella che dovevano affrontare i cristiani nei pri-mi secoli dell’esistenza della Chiesa, di fronte a una società che non aveva dimenticato l’esser cristiani, come avviene oggi, ma che proprio non aveva idea di che cosa fosse il cristianesimo e per questo lo osteggiava e lo rifiutava anche con violenza.
E questo accade ancora oggi per molti vostri coetanei in tante parti del mondo. Non c’è quindi soltanto il bisogno di avere il coraggio di andare contro modelli di cultura diver-si, ma anche quello di subire per questo persecuzioni e perfino la morte. Esistono anche queste situazioni ed è necessario averle tutte presenti. La condizione dell’uomo è quella che esperimenta una distanza enorme tra le sue aspirazioni, la trascendenza a cui egli aspi-ra, e la condizione concreta di tante parti del mondo in cui gli ostacoli sono ben più alti di quelli che affrontiamo noi.
Quello che è tipico di questa nostra società è che noi ci troviamo a dover scegliere un essere noi stessi secondo quelli che sono le nostre aspirazioni, anche indicate dalla fede, all’interno di un mix di due cose, tra loro incompatibili, che di fatto vivono dentro questo nostro tempo: da una parte una forte affermazione dell’individualismo, per cui nessuno accetta di essere inquadrato dentro a una norma, a una legge o a un progetto, e dall’atro un assoluto conformismo, per cui in questa nostra società o stai a certi parametri di compor-tamento, di vestiario e così via, oppure sei estraneo e non sei compreso da parte della gente.
Di fronte a tutto questo, nel Nuovo Testamento c’è una bella parola che dice che co-sa può sorreggere la presenza di un cristiano di fronte a questo duplice attacco che gli vie-ne addosso. La parola greca è parresia, che la nostra traduzione traduce con “franchezza”. È la franchezza che dobbiamo utilizzare nei confronti del modo. Purtroppo, nel mondo ecclesiastico, questa parola è stata utilizzata per indicare il coraggio e la franchezza che ci vuole per rapportarci tra di noi, soprattutto nei confronti della gerarchia, come se nella Chiesa, in cui siamo fratelli, avessimo bisogno di coraggio e non invece di fraternità. È la fraternità quello di cui abbiamo bisogno nella Chiesa, non di parresia. Ma nei confronti del mondo sì, lì abbiamo bisogno di parresia, che significa il coraggio della libertà.
Oggi sembra di essere nella condizione della massima libertà possibile, mentre in-vece siamo sotto i condizionamenti più forti che credo siano mai stati esperimentati negli ultimi secoli da parte degli individui. Le persone sono sotto una pressione enorme che im-pedisce loro di essere veramente libere. Sì, tutti noi diciamo: voglio fare quel che mi piace, ma in realtà quel che mi piace mi è stato indotto da modelli che abilmente vengono diffusi tra di noi, in modo tale che diventano dei vincoli nei nostri confronti. Verso di essi abbia-mo bisogno di parresia.
Ma questa parresia non è che te la puoi dare da solo. C’è quel bel tratto del vangelo che racconta di Tommaso, il quale alla fine crede, ma non perché Gesù gli ha fatto toccare le sue ferite, come lui pretendeva, ma perché Gesù ha interpretato la sua domanda, è entra-to dentro al suo cuore ed ha capito che cosa lui voleva. E questo ha creato un legame tra Tommaso e Gesù, per cui Tommaso riesce a riconoscere chi è davvero Gesù.
Io non ho metodi con cui si possa stare in questo mondo, se non questo: lasciarsi co-noscere da Gesù, stare di fronte a Gesù e lasciare che lui entri nel nostro cuore e ce lo leg-ga fino in fondo con tutte le nostre attese. Il resto è un insieme di panacee, ma la soluzione vera del coraggio di fronte al mondo è il nostro rapporto con Cristo, senza il quale non ser-ve a niente qualsiasi altra cosa andiamo a cercare.
Questa fede la dobbiamo poi anche testimoniare. E qui entra in gioco la nostra inca-pacità di dar ragione totalmente della fede. Ma una ragione totale della fede noi la daremo quando saremo in paradiso. Su questa terra non c’è un argomentare umano capace di giu-stificare la fede. Se ci fosse, non sarebbe più fede. Se tutto fosse ridotto ad un’argomen-tazione capace di convincere l’altro, saremmo un’ideologia come le altre, magari più po-tente. Rischiamo questo, se ci mettiamo a confronto in una dialettica con gli altri pensieri di questo mondo. La fede non è spiegare le cose, come spiegare il male e così via.
Chi è stato questa domenica a messa con me lo ha sentito; lo ripeterò poi tutte le domeniche questo concetto: che la fede ha la capacità di mettermi di fronte ai misteri, co-me il mistero del senso della vita. Ma alla fine la fede è stare nel mistero, essere capaci di mostrare una vita che accetta l’interrogativo che è la fede. Perché la fede resta sempre un interrogativo, non è mai una risposta sicura; non è possibile dire: io ho capito Gesù. Noi abbiamo un approccio, un ragionamento, ma rimangono tanti interrogativi su Gesù. La fede è un insieme di tanti interrogativi su Gesù e su quello che è il suo progetto, dando la testimonianza che questo stare nel mistero è ciò che rende bella e piena di serenità la mia vita, a cui dà un senso e un orizzonte.
Questo credo che sia essenziale per noi: non mostrarci come quelli che stanno al piano superiore e hanno visto delle cose che gli altri non vedono. Noi siamo dentro alla realtà umana, con gli stessi interrogativi di tutti gli uomini, ma con la certezza che da quel legame con Gesù mi viene la possibilità di stare dentro alle contraddizioni della vita, senza superficialità da una parte, ma anche senza disperazione dall’altra. Se ci pensiamo, sono questi i due estremi che incontriamo nel mondo, soprattutto nel vostro mondo: da una parte la superficialità di chi ha rinunciato a porsi gli interrogativi, dall’altra la disperazione di chi cerca la scorciatoia con qualche fumatina o qualche pasticca o altri modi con i quali si cer-ca di annebbiare la coscienza. Noi dentro al mistero ci stiamo, con la serenità di chi conti-nuamente non smette di chiedersi che cosa significa Gesù per lui.
Tutto questo non è certo semplice, anche perché la tensione tra fede e vita fa parte della nostra povertà umana e non sempre alla professione della fede si riesce a far corri-spondere la coerenza della vita. Ma non dobbiamo pensare che il discepolo di Gesù sia un uomo che è senza peccato, senza male, senza povertà e fragilità; è invece un peccatore perdonato, che si fa perdonare ogni volta che sbaglia, che non ha paura dei suoi limiti, del-le sue fragilità, dei suoi peccati, del male che gli resta addosso, perché sa che c’è un amore, la misericordia di Gesù, che va sempre oltre e che non lo lascia mai solo nel momento del-la sofferenza e del limite che egli esperimenta. Non dobbiamo pensare che debba essere la nostra vita a esibire la santità di Dio – non ci riusciremmo mai – ma la nostra vita deve invece poter esibire la forza della misericordia di Dio, che, nonostante tutti i nostri limiti, ha ancora fiducia in noi. E noi crediamo a questa fiducia che Dio ha nei nostri confronti.
Ecco tre possibili risposte a tre fondamentali difficoltà di fronte alla fede, che vi rin-grazio di avermi posto con tanta chiarezza e con tanta profondità. Grazie.
Domanda sulla donazione degli organi e sul rapporto tra eutanasia e accanimento tera-peutico.
Card. Giuseppe Betori:
Sulla questo posso dire che la stessa domanda, se ero disposto a donare gli organi, mi è stata posta anche pochi mesi fa, quando sono andato a rinnovare la carta l’identità. Io ho risposto subito sì, perché questa è una possibilità di donare che va anche oltre la nostra morte. È quindi un’occasione in più di una logica del dono che dovrebbe essere praticata per tutta la vita. A una ragazza del mio vecchio gruppo giovanile, adesso diventata adulta, che è molto ammalata ai reni e deve fare continuamente la dialisi, è stato detto che poteva salvarsi se avesse trovato un donatore. Il marito si è subito dichiarato pronto a donarle uno dei suoi due reni. Ho visto nel concreto come Carlo vive la sua vita come un dono per Chiara – questi i loro nomi. Questa cosa, che si può fare nella vita in alcuni contesti, non vedo perché non si possa fare anche otre la nostra morte, quando questa è dichiarata da un punto di vista clinico, secondo i parametri della medicina contemporanea. È un bel gesto la donazione degli organi.
L’altro problema, quello della eutanasia, è un problema molto tecnico; e io sincera-mente non ho gli elementi per entrarci tecnicamente dentro, per stabilire dove è il confine preciso. Credo anche che ogni situazione personale abbia un suo confine. So qual è il prin-cipio fondamentale: laddove il perseguimento della cura non è più capace di dare una pro-spettiva di guarigione, noi non dobbiamo insistere nel tenere in vita una persona che non ha alcuna possibilità di guarigione dalla malattia che sta attraversando. Per far questo, dobbiamo anche considerare la possibilità di non interferire su questa situazione volonta-riamente, interrompendo la vita, ma semplicemente accompagnando la vita verso la sua conclusione. Lo faremo attraverso quello che credo sia il metodo più normale, che è quello delle cure palliative, che allievano il dolore.
Noi non possiamo neanche dire alle persone: resta nella tua malattia al di là delle sofferenze che tu stai subendo in questo momento. Non siamo dei sadici che vogliamo la sofferenza delle persone; esse vanno accompagnate adeguatamente, come è possibile con le cure palliative, che aiutano a superare la sofferenza nei momenti di massima difficoltà.
Tutto questo però senza pretendere che quello che la medicina non sa fare, cioè gua-rire, sia la condizione per cui uno debba continuare a star vivo senza che nessuno la sappia guarire. Non è facile stabilire questo limite, momento per momento e situazione per situa-zione, anche se oggi tutto questo è stato messo in mano alle leggi prima e poi di conse-guenza alla giurisprudenza ed è stato tolto da quello che era il patto di fiducia che intercor-reva tra il medico, l’infermiere e il malato.
Oggi purtroppo lo stesso medico si trova in difficoltà di fronte a queste situazioni, perché in qualsiasi momento può essere invocata, contro la sua azione, una non adesione ad una legge, che invece ha voluto entrare dentro a quello che è il rapporto umano. In fin dei conti, la morte è una questione umana e non può essere una questione di leggi. Questa società sta cercando di declinare tutte le cose difficili da risolvere sul piano umano in ter-mini di diritto salvaguardato da una legge. E questo sta complicando enormemente la so-cietà, perché sta uccidendo le relazioni. Oggi è difficile per un infermiere o per un medico sapere come regolarsi, perché non è più il rapporto umano instaurato con il paziente a sug-gerirgli qual il comportamento che deve tenere, ma è un astratto adeguamento a un dettato legislativo incompleto, che diventa una spada di Damocle sull’esercizio stesso della medi-cina.
Non è un caso che tutti gli ordini dei medici in Italia, sia quelli locali sia quello na-zionale, hanno sempre rivendicato che loro, come medici, non vogliono compiere un’azio-ne all’interno del cosiddetto suicidio assistito, perché un medico è chiamato a guarire, non a uccidere, mentre il suicidio assistito è di fatto un’uccisione. Mi ha molto colpito questa resistenza del mondo medico all’ipotesi di collaborare al suicidio assistito. Anche perché non dobbiamo pensare che il mondo medico sia abitato tutto da credenti. Tutt’altro: nel mondo medico, di norma le istanze libertarie sono prevalenti rispetto a quelle della fede. Ma quando i medici sono stati toccati al fondo del significato umano della loro professio-ne, si sono ribellati. Non so cosa comporterà questo, ma c’è da pensare che, se i medici si astengono, dovranno mandare un impiegato comunale a fare il boia con il suicidio assisti-to.
Noi, nel nostro Ufficio per la Sanità dell’Arcidiocesi, abbiamo un bravo medico, che è anche il responsabile dell’Ufficio per la Pastorale Sanitaria di tutta la regione Toscana, che queste cose le sa impostare nella maniera giusta. È un diacono e si chiama dr. Guido Miccinesi. Se ne avete bisogno, potete rivolgervi a lui.
Domanda sul Sinodo sull’Amazzonia e sulla possibilità che i preti possano essere sposati.
Card. Giuseppe Betori:
Questa domanda mi aiuta a focalizzare meglio questo Sinodo sull’Amazzonia, che non riguardava il problema dell’avere o no preti sposati, ma riguardava come prendersi cura di una periferia del mondo. L’Amazzonia è in grave crisi, prima di tutto per la condi-zione ambientale: voi sapete tutto quello che sta succedendo in Amazzonia e lo sfruttamen-to che l’attuale governo brasiliano ha programmato su di essa. All’interno di questo, il problema era come salvaguardare le comunità umane in Amazzonia, perché la deforesta-zione e l’invasione delle monocolture stanno uccidendo quei popoli. Questi non hanno i numeri alti come i popoli occidentali, ma non hanno meno diritto ad essere rispettati nella loro storia, nella loro identità e nella loro dignità.
All’interno di questo, c’è poi il problema – proprio per dare dignità a un popolo – di come rendere possibile che questi popoli possano incontrare il Signore e vivere la fede. E qui arriva il problema che mi è stato proposto. Guardiamo lo scenario amplificato, perché questo riguarda tutti. Che il mondo sia in crisi è ormai un’acquisizione di tutti: o cambia-mo stili di vita, oppure questo mondo ce lo stiamo bruciando tra le mani. Ugualmente l’identità dei popoli, in una situazione come questa nostra, all’incrocio di popoli e con con-tinue migrazioni, è un altro dei temi fondamentali che può essere affrontato in maniera antagonista o in altri modi.
È inutile che qui entriamo in temi di attualità politica, molto evidenti a tutti, come quello della dignità e della identità di un popolo. Queste non sono cose da Amazonia, an-che se si vedono meglio in Amazzonia, secondo quanto dice il Papa, che tutte le cose si vedono meglio dalla periferia che dal centro. Lui è andato a parlare dell’Amazzonia, ma per discutere di problemi che ci riguardano tutti quanti.
Uno di questi è anche il problema dell’identità della nostra comunità, che, se è una comunità cristiana, non può fare a meno dell’eucaristia. Questa non è il premio che viene dato a quelli che credono, ma è la sorgente e il culmine della fede, come ci ha insegnato il Concilio. Quindi l’eucaristia non è un optional, non si può dire a una comunità: credete in Cristo e la prossima messa la celebreremo tra tre anni, quando io ripasserò tra voi risalendo questo fiume. È chiaro che questo è il vero problema: quanto l’eucaristia è necessaria alla vita cristiana. Se andiamo a vedere le nostre celebrazioni domenicali, c’è da dire che molti che si dicono cristiani non sentono affatto questo bisogno, visto che non vengono alle no-stre celebrazioni. Il problema è riconquistare l’eucaristia come un fatto centrale, senza il quale non si capisce più la questione.
Detto questo, si apre la possibilità non di un accesso indiscriminato al sacerdozio per sposati o non sposati. L’ipotesi che è stata fatta – poi bisognerà vedere come il Papa la gestirà – è di diaconi sposati che possano essere invitati all’ordinazione presbiterale, per assicurare l’eucaristia in più luoghi rispetto a quanti invece si riesce ora a raggiungere. Questo è il tema, che riguarda situazioni limite.
In Italia ci pestiamo i piedi, se ci lamentiamo che non abbiamo i preti. Qui siamo ancora a un prete ogni 1.900 persone e ogni cinquecento metri o un chilometro, non 400 chilometri, o anche mille o duemila chilometri, come in Amazzonia. In quella situazione straordinaria, dove non è possibile per un prete essere abbastanza vicino alla sua gente da poter assicurare almeno una messa al mese e non ogni tre anni, è possibile dire a qualcuno, che è già nell’Ordine sacro in quanto diacono, di accedere al presbiterato per poter celebra-re la messa e garantire l’eucaristia, che è necessaria per la vita cristiana. È questa la do-manda che è stata posta al Papa.
Quanto al sacerdozio agli sposati, per molte Chiese, in Europa e soprattutto in Asia, è già un fatto normale. Tra i miei preti io ho un prete sposato: si chiama don Valerio, è un prete rumeno, cattolico, di rito bizantino; non è di rito romano e non dice la messa come la diciamo noi, non secondo i canoni approvati dalla Chiesa di Roma, ma secondo il vecchio canone formulato da San Giovanni Crisostomo. Questo santo è nostro amico, perché la sua testa ce l’abbiamo noi. Nella nostra cattedrale c’è la testa di questo grande patriarca di Co-stantinopoli, che è quello che ha formulato la liturgia bizantina, sia degli ortodossi che dei cattolici. Don Valerio è un ottimo prete, è il più fedele a tutte le riunioni che facciamo.
A questo proposito, il mio vecchio segretario una volta mi disse: «Certo che viene sempre: ne approfitta per sfuggire la moglie». Il mio vecchio segretario non era molto femminista. (Applauso). Questo applauso don Paolo, il mio vecchio segretario, se lo meri-ta, perché si prese una pallottola al posto mio quando ci fu l’attentato; io devo ringraziarlo.
Già adesso, nella Chiesa romena, di rito bizantino, esiste sia il sacerdozio coniugato che il sacerdozio celibe. I vescovi devono essere per forza celibi, ma i pope possono essere sia sposati che non sposati. Il matrimonio deve avvenire prima dell’ordinazione; come pu-re, se un pope dovesse rimanere vedovo, non può risposarsi.
Il celibato non è essenziale al sacerdozio, è una forma che io credo molto importante e di fatto efficace, che permette al sacerdote di essere disponibile verso tutti. È un segno forte quello di poter dire alla gente: non ho niente di mio, non ho una donna, non ho dei figli. Io quando incontro i bambini, ci scherzo chiedendogli se sanno quanti figlio io ho. E rispondo loro che ne ho 830.000, perché tante sono le persone che vivono sul territorio della diocesi fiorentina. È molto impostante il valore del celibato, come segno della nostra conformazione a Cristo e della nostra dedizione a tutti. Ma non è di per sé obbligante circa il ministero sacerdotale, perché le Chiese di Oriente, cattoliche ed ortodosse, ci insegnano che le due forme possono convivere.
Ma quello che è stato chiesto per l’Amazzonia non è un duplice cammino, ma solo in passaggio, in casi specifici, di un diacono permanente all’esercizio del presbiterato. È quindi un caso limitato, che comunque non riguarderebbe noi: io qui continuo a fare la proposta di vocazione al sacerdozio che comporta anche una donazione totale di sé attra-verso il celibato.
Domanda sull’atteggiamento del vescovo nel celebrare l’Eucaristia con gli atri preti.
Card. Giuseppe Betori:
Tanto per essere scoperto, dico subito che io non sono molto sentimentale, sono in-vece piuttosto razionale. Per questo le domande su quello che sento mi lasciano un po’ in difficoltà, perché a me piace più ragionare che sentire. So di essere freddo. Una volta dissi in un’omelia che ero un orso umbro – sono di origine umbra – e la settimana dopo, mentre
facevo la visita pastorale a una parrocchia alla Vigilia di Natale, sotto l’albero mi fecero trovare un orsetto di pelouche, che ha fatto contento uno dei miei nipotini, anzi pronipotini.
Detto questo è vero che il prete agisce in persona di Gesù, quello che fa sopra l’altare lo fa in quanto presenza di Gesù in mezzo a una comunità. La comunità tutta cele-bra. Nell’Ultima Cena tutti hanno celebrato quella cena, ma senza Gesù il pane non sareb-be diventato la sua carne né il vino il suo sangue. Così anche adesso: senza il mio ministe-ro, il pane e il vino restano tali. La forza dell’eucaristia è questo grande dono che il Signo-re ci fa a tutti. Ma lo fa attraverso un modo umano, non è che scende una scintilla dal cielo e noi vediamo che cambia qualcosa. Piuttosto Gesù si serve delle parole che io dico, che ogni prete dice, per compiere questo grande prodigio che è la sua presenza reale in mezzo a noi.
Questa domanda mi aiuta a capire, da una parte, la mia responsabilità, perché, se io sono il segno di Gesù, lo sono anche quando esco dal rito. Quando esco dalla celebrazione, la gente vede in me un segno di Gesù? No, vede addobbi e altre cose, ma non vede un cri-stiano vero. Questo è un continuo grande esame di coscienza per un prete e per un vesco-vo. Ma dall’altra mi sembra molto bello pensare che, attraverso la nostra povera umanità, Gesù non ci lascia soli. Questo è il senso dell’eucaristia.
Testimonianza sul tema “E’ possibile essere cristiani oggi?” da parte di una ragazza che questa estate è stata in Egitto.
Card. Giuseppe Betori:
Quello che ho ascoltato mi ha fatto sorgere due riflessioni. La prima è questa: la ra-gazza che ha parlato è stata in una società non cristiana, mentre noi non siamo più in una società cristiana, siamo in una società secolarizzata, ma che è nata dall’influsso del cristia-nesimo. Non l’hanno voluto scrivere nella costituzione europea, ma le radici della nostra Europa sono le radici classiche, le radici illuministiche, ma fondamentalmente sono le ra-dici ebraiche e cristiane. Il fatto che il cristianesimo non è soltanto qualcosa del nostro cuore, ma qualcosa che plasma un pensiero, dei comportamenti, delle istituzioni, plasma cioè una società, fa la differenza. C’è differenza tra lo stare in uno stato musulmano o di maggioranza musulmana – l’Egitto non è uno stato musulmano, ma di maggioranza mu-sulmana – in cui non c’è l’idea della dignità della persona, o in uno stato di antiche tradi-zioni cristiane. Il concetto di persona e della sua dignità è una particolarità del cristianesi-mo, un valore che il cristianesimo ha donato al mondo e che ha plasmato una società come la nostra, anche in questa versione secolarizzata, che magari poi la deforma passando dalla persona all’individuo. Ma è sempre meglio di una società che non ha questa radice perso-nalistica, che invece sta dentro al vangelo. Il problema della fede non è soltanto un pro-blema personale, ma è anche un problema culturale, sociale. Dobbiamo sapere apprezzare quello che ci è stato donato; ma sta anche alla nostra responsabilità ridare fiato a tutto que-sto apporto che il cristianesimo ha dato sul piano sociale, anche per la nostra società di oggi. Questa dimensione culturale e sociale della fede è la prima cosa che mi è venuta in mente ascoltando questa testimonianza.
L’altra cosa è in linea con quello che ho detto prima, che il Papa fa un sinodo sull’Amazzonia, perché dice che è dalle periferie che si capiscono i problemi, e non dal centro. Noi stiamo qui comodi al centro e pensiamo di risolvere le cose nella nostra como-dità. Invece è quando stai alla frontiera, quando hai un malato terminale di fronte a te, che tu ti senti provocato. Dobbiamo abitare di più le frontiere, sia quelle culturali, sociali e geografiche, come quelle della povertà, dei problemi, del limite che sta intorno a noi. Noi siamo troppo nella bambagia, per proteggerci, perché abbiamo paura di uscir fuori nel ti-more che se prendiamo freddo ci viene il raffreddore. Bisogna andare in mezzo alla tempe-sta per temprare la nostra vita cristiana, dobbiamo andare al confronto con i problemi che ci mettono in questione, per ritrovare noi stessi. Non dobbiamo avere paura di esperienze limite, di esperienze forti, che ci destabilizzano rispetto alla nostra quotidianità. Anche questa mi sembra una cosa molto importante.
Testimonianza su un’esperienza, fatta con un gruppo di giovani, che ha visitato strutture per malati o anziani.
Card. Giuseppe Betori:
Dico due cose, forse tre. Cominciamo intanto dalla prima. Nella esperienza che ci è stata narrata, c’è un ruolo fondamentale, che ha costituito la cornice del tutto, che è stata la preghiera. Dentro c’è l’esperienza di servizio e di dedizione agli altri, ma fuori, a inquadra-re, motivare e a dare espressione compiuta a quel servizio, c’era la preghiera al mattino e la celebrazione la sera. Teniamolo presente: la preghiera non è qualcosa di inutile, ma è quella che tiene insieme le cose; senza la preghiera perdiamo facilmente la motivazione. Anche le esperienze più belle ci si sfaldano tra le mani, se non le riconsacriamo nella pre-ghiera. Questo mi sembra molto importante; anche questa sera, questa nostra piccola espe-rienza sta dentro alla preghiera.
Un’altra cosa che mi viene da dire è questa. Noi di solito consideriamo il nostro rapporto con le situazioni di fragilità e di povertà come una richiesta di dono che ci viene fatta da parte del povero, del fragile, del malato; di tutte quelle situazioni che ci chiamano a una presenza, in cui noi sentiamo di dover dare qualcosa. È stato detto molto bene che in questa esperienza è stato di più quello che si è ricevuto di quello che si è dato. Nella nostra dedizione agli altri, c’è al fondo uno scambio che è il senso stesso della carità. La carità è un circolo, non è unidirezionale. Già in Dio, l’amore del Padre verso il Figlio genera l’amore del Figlio verso il Padre, in un circolo che è lo Spirito Santo. Tutto questo è nel nucleo della nostra fede, ma è anche nel nucleo della nostra vita cristiana. Non c’è solo un dovere, il dovere della carità, ma c’è lo star dentro a uno scambio di carità, un immergerci dentro al mistero della carità, che è poi il mistero stesso della Trinità.
Se pensiamo alla carità come qualcosa che noi facciamo agli altri, è facile che sa-liamo su un gradino sopra per dire: vedi come sono bravo io che faccio queste cose e quan-ta commiserazione ho nei tuoi confronti, che non te lo meriteresti, perché sei un imbecille con l’Alzheimer, oppure sei un mascalzone, perché se ti trovi in questa situazione è perché tu hai fuggito le tue responsabilità! Quanti rimproveri noi possiamo fare nei confronti dei poveri. È facile mettersi in questo atteggiamento e generare uno scambio che non è uno scambio tra fratelli, ma uno scambio dall’alto in basso. Questo diventa un peso di cui il
malato o il povero preferirebbe fare a meno, per non essere amato così. È importante che invece il povero senta dentro un rapporto fraterno tra noi e lui. I nostri atti di carità non devono diventare prestazioni, ma devono essere relazioni che ci riempiono.
Poi una parola sui sensi di colpa, a cui è stato fatto accenno. I sensi di colpa sono la versione secolarizzata della consapevolezza del peccato. Ci hanno fatto credere che il sen-so del peccato e il senso di colpa siano due cose uguali. Non è affatto vero. Il senso di col-pa è l’uomo che capisce che da solo non riesce a fare e si colpevolizza, mentre invece il senso del peccato è l’uomo che sa qual è la sua condizione di creatura e si offre alla mise-ricordia di Dio. Il senso del peccato ha una risposta, mentre il senso di colpa non ce l’ha. Cerchiamo di non fare mai confusione.
Vi ringrazio perché mi sembra che le provocazioni che sono emerse dal nostro dia-logo ci abbiano aiutato ad approfondire alcuni aspetti della nostra fede. Mi auguro che il dialogo che c’è stato tra noi possa aiutarvi nei vostri giorni.

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